Buon compleanno, compagno!

199 anni fa a Treviri nasceva Karl Marx, con lui la filosofia non si occupò più di spiegare come ha avuto origine il mondo, ma di come poterlo cambiare…

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Un perdente vincente…

Emiliano, anche se alle regionali non l’ho votato preferendogli la candidata dei Cinque Stelle, negli ultimi tempi mi piaceva, la sua campagna incentrata su un populismo democratico mi stava conquistando e avevo deciso di sostenerlo, ma poi mi è bastato essere testimone di alcune strategie che c’erano dietro la sua candidatura alle primarie da decidere all’ultimo momento di non partecipare più alla consultazione interna di un partito che tra l’altro detesto. E sono contento di averlo fatto: non solo mi sono risparmiato 2 euro, ma soprattutto non sono stato complice di una farsa il cui unico scopo era quello di rilanciare come vincente un perdente, uno clamorosamente sconfitto pochi mesi fa, ma che adesso la grande informazione presenta come un trionfatore.  Non vi ricordate cos’è successo il 4 dicembre?

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A ottanta anni dal suo sacrificio ricordiamo il comunista, l’antifascista, il più grande intellettuale italiano dell’epoca moderna. Il suo pensiero è oggi più che mai indispensabile per capire il mondo attuale, le sue ingiustizie, i suoi conflitti, la necessità storica del socialismo. Oggi in tutto il mondo chi vuol combattere le forze brutali del mercato e dello sfruttamento capitalistico, chi vuole cambiare la società con giustizia e eguaglianza, chi per tutto questo lotta studia e usa il pensiero e l’insegnamento morale di Antonio Gramsci. E la sinistra italiana è ridotta così male anche perché in gran parte è lontanissima da lui.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di Antonio Gramsci della sua opera, del suo impegno senza tregua fino al sacrificio supremo. Come gridavano tante brigate partigiane quando affrontavano le bande fasciste e naziste: Viva Gramsci!FB_IMG_1493308868851

80 anni fa moriva Antonio Gramsci…

In bocca al lupo, compagno!

melenchon-la-force-du-peupleSe fossi un cittadino francese voterei per lui! Vi spiego perché…

Se quasi tutti gli analisti politici europei prevedono per la corsa all’Eliseo una contesa tra il “liberal” Macron e la “gollista” Le Pen, con un Partito Socialista dilaniato e in caduta libera dopo la fallimentare gestione di Hollande, un terzo incomodo potrebbe scombinare il quadro politico transalpino: il socialista di sinistra, nonché leader carismatico e indiscusso del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon.

Il programma presidenziale di Mélenchon, definito “populista e antieuropeista” dagli intellettuali della sinistra liberal, rappresenta un unicum nella galassia dei partiti della sinistra europea post 1989. Impensabile fino a qualche anno fa una netta avversione nei confronti dell’Unione Europea e della NATO. Se la riconquista della sovranità nazionale – politica ed economica – è un punto inderogabile, il programma “neo-giacobino” della Gauche mira a rivoluzionare l’assetto istituzionale e costituzionale della Repubblica francese.

“Convoquer l’Assemblée constituante et passer à la 6e République” è uno degli obiettivi primari dell’azione politica di Mélenchon per ridare un democrazia parlamentare alla Francia e rappresentanza ai cittadini, abrogando, de facto, il semi-presidenzialismo. Il diritto alla casa e al lavoro dignitoso e ben retribuito, la proprietà pubblica dei “beni comuni” -acqua, gas, energia-, il diritto all’eutanasia, il diritto all’aborto e il contrasto alla maternità surrogata diverrebbero principi costituzionali nella nuova Repubblica.

In una Francia tramortita dalle politiche di austerità, la famigerata “Loi Travail” che deregolamenta il mercato del lavoro spalancando le porte ai licenziamenti senza giusta causa è il nemico giurato del Front de Gauche. La “transizione al socialismo democratico” passa necessariamente per una “riforma del lavoro” che rimetta al centro la questione sociale e i diritti dei lavoratori portando le ore settimanali di lavoro da 35 a 30h, introducendo un salario minimo – da non confondere con la ricetta liberista del reddito di cittadinanza – pari a 1.300 euro supportato da un’imposta progressiva sul reddito e una lotta serrata ai paradisi fiscali. A ciò si aggiunge, come extrema ratio, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese in difficoltà. Conseguentemente al ripristino dei diritti sociali, la supremazia della politica sull’economia viene riaffermata con il rifiuto dell’accordo di libero scambio con il Canada (CETA), e con la divisione tra banche commerciali e d’affari creando un polo bancario a maggioranza pubblico.
Proposte marcatamente socialiste e in controtendenza rispetto alla maggioranza dei partiti della sinistra europea, anestetizzati dalle fantomatiche battaglie sui “diritti civili”


Se l’emancipazione sociale delle classi subalterne e il conflitto capitale-lavoro rientrano nella storica tradizione del movimento socialista europeo, a lasciare sbigottita l’intellighenzia liberal è l’avversione di Mélenchon al progetto dell’Unione Europea. A seguito del fallimento delle strategie di Tsipras nei confronti dell’UE, nella Gauche francese, nella Linke tedesca – in particolare la fazione capeggiata da Oskar Lafontaine – e nell’area di Sinistra Italiana vicina alle posizioni di Stefano Fassina,  è emersa una tendenza di rottura con lo status quo dell’Unione che punta a programmare un “Plan B” qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani.
Sul rapporto con l’UE Mélenchon ha le idee molto chiare: se le azioni unilaterali che intraprenderebbe il governo francese come, ad esempio, la nazionalizzazione della Banca di Francia, il controllo dei movimenti di capitali, la rinegoziazione del debito sovrano e la sospensione del controllo sul bilancio statale dovessero ricevere – come prevedibile – un secco rifiuto di Bruxelles e di Berlino, si passerebbe, per l’appunto, al “Piano B”. L’uscita dall’Unione Europea della Francia avverrebbe nel rispetto dell’articolo 50 del TUE, non escludendo il ricorso ad un referendum popolare.

Con l’abbandono dell’Unione e il ritorno alla moneta nazionale, Mélenchon inaugurerebbe una nuova fase di protezionismo economico volto alla tutela dei lavoratori e delle aziende d’interesse nazionale e, aspetto non secondario, dichiarando illegittimo il debito – nel pieno rispetto del Diritto Internazionale – seguirebbe l’esempio dell’Ecuador di Rafael Correa, suo intimo amico.

Per la prima volta dalla ratifica del “Trattato di Maastricht”, una forza politica di sinistra mette nero su bianco nel proprio programma elettorale l’ipotesi di uscita unilaterale dalla moneta unica e dall’Unione Europea.

Ma l’aspetto realmente dirompente del programma di Mélenchon riguarda la politica estera e il rapporto con l’Alleanza Atlantica, dando così un nuovo impulso all’antimperialismo tipico dei partiti e dei movimenti genuinamente di sinistra. L’uscita dalla NATO, presentata come tappa fondamentale per la riconquista dell’indipendenza nazionale, “è la base della rottura con l’attuale atlantismo per una politica estera multipolare, sovrana e pacifica”, e l’avvio di una politica estera sovrana non può prescindere dall’azione “nel Mediterraneo e in una rinnovata cooperazione con le ex colonie africane ponendo fine al “Club di Parigi” e alle dittature che imperversano nel Continente”. Passaggi fondamentali per comprendere in profondità le motivazioni che spingono la Gauche alla rottura con l’egemonia atlantica.

La sinistra francese sembrerebbe quindi aver abbattuto il muro dell’omertà su euro e NATO, riscoprendo i valori fondanti del Socialismo sia in materia economica sia per quanto concerne il delicato equilibrio geopolitico, seppur da un punto di vista prettamente francese.

Al di là di quale sarà risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon, i problemi di cui sono afflitte UE ed euro, non sono più un tabù a sinistra. Il dogma acritico dell’europeismo a prescindere, il mantra degli “Stati Uniti d’Europa” nonché la velleità di “riformare l’UE da dentro”, sono sempre più visti come semplici artifici retorici o slogan propagandistici.

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La Gran Bretagna oggi avvia la procedura di uscita dall’UE. L’ex primo ministro conservatore David Cameron, dal 23 giugno, giorno della sconfitta al referendum, è sparito dalla circolazione, non lo si vede più da nessuna parte Proprio come accade da noi in Italia, dove accettare la sconfitta non va proprio di moda. Renzi, Bersani, D’Alema, Berlusconi, sono ancora lí, attaccati al potere come cozze patelle sugli scogli.

Per un internazionalismo progressista

Solo ora la grande stampa si è accorta che, quando l’elettorato tromba clamorosamente  con il 60% una riforma costituzionale promossa da un solo partito di governo, questo non può restare senza conseguenze, che vanno ben al di là delle dimissioni del governo. Se poi aggiungiamo che alla sconfitta referendaria ha allegramente concorso anche una parte minoritaria del partito in questione, è abbastanza logico aspettarsi una scissione in quel partito, soprattutto se da quelle parti è una consuetudine in voga dal lontano 1921…

Nel frattempo a incasinare le cose è giunta una sentenza della Corte Costituzionale che ha affossato il tanto vituperato sistema elettorale denominato Italicum introducendo un imperfetto sistema proporzionale che non determina, ma facilita, un processo di ridefinizione identitaria dei partiti. Per cui è altamente probabile che la scissione del Pd metta in moto una sorta di reazione a catena per cui a questa scissione seguiranno quelle di altri partiti, sino a ridisegnare la mappa dell’intero sistema politico. Ed è quello che, per ora, è successo a sinistra con le scissioni incrociate di Sel e del Pd, la comparsa del campo progressista di Pisapia, la nascita di Si, la nascita di nuove correnti nel Pd in cerca di conSenso...

In questo bing bang del sistema dei partiti, giocano anche dinamiche di lunga durata: il 2016 è stato una sorta di anti-1993. Vi ricordate lo sciagurato referendum di Segni-Occhetto-Pannella che sanzionò la fine della Prima Repubblica e la nascita della seconda? Ebbene il referendum del 4 dicembre ha sanzionato la fine della Seconda Repubblica, ma è superficiale quanto ardito dire, come molti opinionisti e sedicenti intellettuali fanno, che abbia decretato la restaurazione della Prima e il ritorno dell’aristocrazia partitica al potere.

In primo luogo la storia conosce poche restaurazioni e sempre di breve durata, ma soprattutto perché la legge elettorale contribuisce a modellare un sistema politico, ma solo interagendo con altri aspetti del sistema costituzionale e, più in generale, del sistema sociale e politico e qui ci troviamo in un’epoca assai diversa da quella del 1993, di quella di Mani Pulite...

Vero è che anche questa è stata una solenne bocciatura di una classe politica, ma se nel 1993 questo avvenne sul terreno della corruzione, oggi la stroncatura avviene sul terreno dell’incapacità di gestire la crisi e, prima ancora, la globalizzazione. Queste formazioni politiche liberali e socialdemocratiche moderate non sono state in grado di capire o meglio non hanno voluto capire quello che accadeva e produrre idee adeguate a fronteggiare questi fenomeni.

E adesso in cosa possiamo sperare? Che quella internazionale progressista, diciamo anche quel movimento di populismo democratico che si è manifestato a livello mondiale con Bernie Sanders alle primarie americane, con l’affermazione elettorale di Podemos in Spagna, con la candidatura di Hamon in Francia e col movimento politico paneuropeo DiEM 25, creato dall’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, abbia anche nel nostro Paese dei validi interpreti ed interlocutori nei partiti per scrivere una nuova agenda politica che superi il filo spinato dell’austerità e rimetta all’ordine del giorno le esigenze e i bisogni dei popoli e non quelli delle banche, delle oligarchie economiche e della speculazione finanziaria.

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Il Movimento Cinque Stelle deve cambiare!

movimento-cinque-stelle-2Le critiche che sto per muovere non sono quelle pregiudiziali e malevole di un avversario, di un nemico ostinato, ma di un elettorale che vorrebbe un cambio di rotta del movimento in cui crede per un’alternativa di popolo all’attuale crisi politica del Paese.

Sin qui la creatura di Grillo e di Casaleggio ha avuto un successo clamoroso e senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana, ha conquistato una quota molto consistente di elettorato, che ha mantenuto per 4 anni ed oggi è uno dei due partiti che possono competere per il governo.

Questo successo si è basato essenzialmente su una ragione di fondo: il Movimento 5 Stelle ha svelato la finta alternativa fra due forze speculari come il Pd e Forza Italia, entrambe espressioni di una casta impresentabile, ed ha posto più in generale il problema della pessima qualità delle nostre classi dirigenti.

E questo ha fatto confluire le simpatie di settori molto diversi di elettorato delusi dei rispettivi partiti, dalla Lega e dall’ex An fino a Rifondazione Comunista e a Sel: una confluenza varia tenuta insieme dalla magia della protesta e dalla furba strategia di non dichiararsi né di destra né di sinistra per non scontentare nessuno, ma senza il cemento di una cultura politica nuova che fondesse le diverse anime. Alla crescita del M5s hanno contribuito i vari Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e, più di tutti, il bullo di Firenze, Matteo Renzi. Senza la loro illuminata opera di governanti, Grillo e Casaleggio, da soli, non sarebbero andati da nessuna parte.

Detto questo, i problemi veri iniziano ora. Il M5s ha fatto diverse battaglie di opposizione molto apprezzabili, come quella sul job act, quella contro la “buona scuola, la “riforma” costituzionale o quella della Banca d’Italia, e di questo non gli si dà atto quanto meriterebbe, però, fare opposizione è una cosa e governare è un’altra e non è affatto automatico che, quando gli altri cadono, tu sia pronto ad esser l’alternativa.

Costituirsi in alternativa di governo richiede molte altre cose: la fantasia per non calcare sempre le stesse strade fallimentari e inventarne di nuove, la conoscenza di un mondo che cambia velocemente, la capacità tecnica di prospettare alternative concrete ed articolate e non vuoti slogan, la visione organica dei problemi con una visuale a 360°, l’individuazione del nemico con cui scontrarsi e i possibili alleati da trovare, una squadra affiatata e capace, una organizzazione vasta e diffusa in grado di reggere il consenso.

Tutte cose che il M5s oggi non ha. Con la scissione del Pd e con la nascita di altre forze politiche progressiste e di sinistra è iniziato un processo di ridefinizione dell’offerta politica che obbligano Di Maio e compagni a dover modificare la loro offerta, renderla ancora più appetibile e “positiva” se non si vuole essere scavalcati dai fatti.

Il movimento ha avuto ragione nel denunciare l’impresentabilità delle classi dirigenti attuali, ma non ne ha ancora costruita una di ricambio. Tutto si è risolto in un processo a chi ha governato che, alla fine, ha rigettato la stessa idea di gruppo dirigente, sostituito da un casuale succedersi di “cittadini qualunque” nei posti istituzionali a disposizione.

Chi pensa che la cuoca Voghera possa fare il ministro degli Esteri non ha capito niente. Quel posto – come tutti gli altri dall’Economia alla Giustizia, dai Lavori Pubblici all’Istruzione – richiede una preparazione specifica. Mettere un incompetente in un posto particolarmente importante e delicato può produrre disastri inimmaginabili . Il crimine maggiore compiuto da Pd, Forza Italia, Lega eccetera è stato quello di aver distrutto la stessa idea di competenza, con i loro governi zeppi di personaggi esperti solo nel far carriera.

Dunque, il problema è quello di formare una classe dirigente espressa dal movimento, ma per costruire, formare, selezionale una classe dirigente degna di questo nome, bisogna avere un’organizzazione in grado di farlo.  Certo, l’organizzazione in quanto tale contiene il rischio della burocratizzazione che bisogna combattere come la peste, ma questo non significa che si possa fare a meno dell’organizzazione, anche perché l’esperienza insegna che non c’è peggior burocrate del burocrate spontaneista.

Dunque, l’organizzazione ci vuole e il web non la può sostituire, il vero punto debole del M5s è proprio l’assenza di organizzazione. Si facciano i congressi, si confrontino piattaforme programmatiche alternative, pensate a quello di Podemos celebrato alcune settimane fa. E poi c’è  la questione della selezione dei candidati: il metodo on line fu una trovata della vulcanica fantasia di Casaleggio, di fronte allo scioglimento anticipato delle camere, che prese il M5s alla sprovvista. La cosa funzionò abbastanza, anche se poi un quarto degli eletti è finito in disgrazia, espulso, a volte, per futilissimi motivi. Neanche il vecchio Pci filosovietico arrivò a tanto…

Il M5s non ha una organizzazione sul territorio, salvo piccoli nuclei fanatici sproporzionati alla massa elettorale che riceve, e rischia di soccombere di fronte ad una clientela ben organizzata.

Un Movimento populista democratico per l’America

Trump ha vinto le elezioni presidenziali contro ogni pronostico, perché la sua retorica elettorale ha saputo sfruttare la rabbia di milioni di ex elettori democratici, esasperati dalle élite del loro partito che ne hanno ignorato bisogni e interessi, che se ne sono fregate del fatto che le persone devono lavorare più ore in cambio di salari più bassi, che milioni di posti di lavoro se ne sono andati in Cina, in Messico o in altri Paesi in via di sviluppo, che i manager guadagnano trecento volte più di loro, che non possono più avere accesso a cure decenti per i propri figli né far loro frequentare scuole adeguate, che non trovano più abitazioni ad affitti accessibili, che la pensione è diventata un miraggio.

Adesso staremo a vedere se Trump avrà davvero il coraggio di fare alcune delle cose che ha promesso in campagna elettorale. Imporrà controlli severi sulle speculazioni finanziarie? Obbligherà l’industria farmaceutica ad abbassare i prezzi? Promuoverà massicci investimenti per ricostruire le infrastrutture senza preoccuparsi dell’aumento della spesa pubblica e senza tagliare la spesa sociale?  Non darà davvero  il suo consenso a nuovi accordi di liberalizzazione commerciale come il TTIP?

 Se dovesse mantenere queste promesse, che erano presenti anche nel programma elettorale del senatore Sanders ci saranno ancora manifestazioni di piazza dove si paventa il pericolo fascista riprese dai media di tutto il mondo con relative analisi onaniste dei soliti intellettuali cortigiani di regime?

Trump ha saputo mobilitare la rabbia dei lavoratori bianchi poveri per rivolgerla contro le minoranze che stanno ancora peggio di loro, ma che non la scatenerà mai contro le banche, l’establishment politico e la casta dell’1% dei super ricchi.

Il problema è stato la decisione di Sanders di concedere il proprio endorsement a una figura politica corrotta e squalificata come Hillary Clinton adottando una logica “frontista” per difendere la democrazia contro la minaccia di destra rappresentata da Trump. Errore perché, come lo stesso Sanders ha ben spiegato nei suoi scritti e discorsi, la “democrazia” americana (e lo stesso si potrebbe dire per la nostra) si è da tempo trasformata in un sistema oligarchico che non offre alcun reale potere decisionale al popolo. Errore perché la speranza di riformare dall’interno il partito Democratico si è rivelata illusoria (basti pensare allo “scippo” con cui l’establishment ha regalato la nomination alla Clinton) e apparirà ancora più illusoria quando Sanders, la senatrice Warren e altri settori della sinistra proveranno a imporre un illusorio cambio di linea: le lobby che controllano il partito non lo consentiranno mai!

Errore, infine, perché la rete di attivisti, comitati, sindacati, associazioni che si era coagulata attorno a Sanders ha vissuto con rabbia e frustrazione la scelta di appoggiare la Clinton, tanto è vero che non l’ha votata. Una rabbia che oggi si esprime con le manifestazioni di piazza contro Trump le quali, contrariamente a quanto scrivono i media, non vedono protagonista un presunto “popolo della Clinton” ma un “popolo di Sanders” che il senatore del Vermont avrebbe dovuto (e che ancora potrebbe) organizzare in vista della costruzione di una terza forza politica da opporre al duopolio oligarchico democratico/repubblicano, una sorta di Movimento Cinque Stelle e Strisce, una forza populista di sinistra alla Podemos.