La lezione della Brexit

Il Regno Unito si prepara alle elezioni. Un voto importante, quello che andrà in scena a giugno, e che vedrà il popolo britannico recarsi alle urne con un’unica certezza: Brexit. Una certezza ben poco esaustiva perché per adesso è tutto in divenire, è tutto proiettato al futuro. Adesso c’è solo uno scontro tra Londra e Bruxelles e la levata di scudi del governo conservatore, che si è reso protagonista di una difesa a spada tratta del voto popolare britannico, anche se non era nei suoi piani vedere il Regno uscire dall’Unione Europea.

In questo senso, a Theresa May dobbiamo veramente tanto, tutti. Perché ha insegnato ai governi europei una lezione importantissima, e cioè che la volontà popolare va rispetta, comunque, anche se non si è particolarmente d’accordo. Il governo May non aveva alcuna necessità di dimostrarsi a favore di una hard-Brexit, non è stato eletto, ha semplicemente preso le redini di una maggioranza conservatrice sedotta e abbandonata da quel personaggio di David Cameron. Si è dimesso il premier conservatore dopo Brexit, nonostante sia stato lui a voler indire per forza questo referendum. Gli va riconosciuta coerenza, perché l’aveva promesso, ma gli va riconosciuta anche pochissima lungimiranza nell’aver personalizzato un referendum così nefasto per la sua politica. Ora, al contrario di Cameron, Theresa May non solo ha in mano saldamento il governo, ma si appresta a stravincere le elezioni parlamentari di giugno. Ha stravinto quelle locali di poche settimane fa strappando ai laburisti feudi storici, cancellando i nazionalisti ciarlatani dell’Ukip e sconfiggendo anche gli stessi nazionalisti scozzesi del SNP in alcuni seggi dove realmente sembrava impossibile fare qualcosa per scardinare la maggioranza identitaria. E dove non ha vinto, ha comunque aumentato ampiamente il consenso. Intendiamoci, non è difficile che lo  faccia. Il Labour di Corbyn sta capendo soltanto ora cosa ha lasciato in questi ultimi anni, e cioè il contatto con il popolo. L’Inghilterra profonda, quella della classe operaia, delle periferie, vittima illustre della globalizzazione, ha votato in massa per la Brexit. E molti degli elettori favorevoli al “leave” erano vecchi laburisti delusi e completamente disincantati. Il Labour ha commesso un errore che hanno commesso tutti i partiti socialdemocratici d’Europa, e cioè perdere completamente il contatto con la sua realtà. L’elettorato di sinistra del Regno Unito non ha più fiducia nei laburisti perché i laburisti, per anni, hanno mandato avanti idee e personaggi completamente distanti dalle loro aspettative. Concentrati su battaglie globalizzanti, europeiste, piene di grandi utopie completamente fini a se stesse, hanno perso di vista cosa succedeva nel loro bacino di elettori. Hanno sostituito l’operaio inglese e il dipendente di qualche azienda del Galles con il simpatico Erasmus di ritorno da Barcellona o con il radical-chic che vive tra la City e Notting Hill, ma hanno dimenticato la loro anima. Il Compagno Corbyn lo sta capendo, forse tardi. Ha cominciato a parlare di poveri contro ricchi, di ridistribuzione delle ricchezze, di nazionalizzazione delle infrastrutture e delle ferrovie. Il leader Labour ha addirittura parlato di eliminare le tasse universitarie, che pesano come macigni sul sistema sociale britannico e rappresentano un vero buco nero nelle tasche di milioni di cittadini. Ma la sua ricetta non sembra bastare. Non è semplicemente facendo il Sanders del Regno Unito che si riprendono milioni di voti, perché di quello si tratta, dispersi nell’astensione o nel voto conservatore. Perché se c’è qualcosa di molto strano nel voto inglese è che, paradossalmente, il voto di protesta contro l’establishment deludente degli ultimi anni, va proprio al partito conservatore. Di solito elezioni anticipate, le locali di medio termine, ma anche semplicemente i voti della frustrazione, vanno a finire in qualche sigla minore oppure nell’opposizione, panacea di tutti i mali e tipica dell’alternanza anglosassone. Quest’anno invece sembra proprio tutto il contrario. Il popolo è con il governo, con Theresa May, ormai per molti la nuova Margaret Thatcher del Duemila. La leader conservative si è imposta con politiche di totale avversione all’Unione Europea e di appoggio strenuo e costante nei confronti della Brexit, ha rispettato il voto del suo popolo e questo, inevitabilmente, ha pagato in termini di consenso. Il cittadino britannico non sarà conservatore tout-court, ma tra un centrosinistra che ancora deve capire se è d’accordo o no con la Brexit dopo mesi e mesi passati dal referendum, un partito liberaldemocratico che non ha ancora accettato l’uscita dall’Europa e altre sigle infime, preferisce sostenere chi ha comunque, ed ogni costo, dato seguito a quanto da lui voluto. Non sarà un mandato facile quello del prossimo governo britannico. Assolutamente no. C’è un accordo con l’Unione Europea da mandare avanti se non si vuole giungere alla cosiddetta hard Brexit. C’è una Scozia dove spirano continuamente venti di secessionismo, questa volta proprio voluti a seguito dell’uscita dall’UE. C’è un’Irlanda del Nord in totale stallo politico, dopo mesi senza governo e con nazionalisti e unionisti ai ferri corti a causa della delicata questione dei confini con Eire proprio dopo Brexit. Ma proprio da queste difficoltà evidenti, chi ne sta uscendo rafforzato è il governo May. Molto curioso per noi continentali, che di solito nel momento di crisi pensiamo che la soluzione sia nel cambiamento. Invece i britannici, determinati, sembra quasi che trovino nella crisi quel sentimento di unità con il governo che porterà, probabilmente, Theresa May a vincere.                 

Brexit ci ha insegnato qualcosa sul Regno Unito, e cioè che la classe medio-bassa, la working class, la provincia, contano ancora moltissimo. Il Regno Unito non è soltanto nella City di Londra, nella borghesia culturale di Edimburgo o nei giovani illusi dal mondo globalizzato. No. C’è anche qualcos’altro. C’è la depressione d’intere regioni senza più una fabbrica, perché delocalizzate in Europea dell’Est o in Asia; ci sono le città come Birmingham, dove in alcune periferie neanche si parla inglese, per quanti sono gli immigrati che hanno comprato casa in ghetti che rappresentano il fallimento totale del sistema d’integrazione britannico. Ci sono i portuali del Nord, i pescatori scozzesi, gli operai del Galles. Il Regno Unito è questo, anche questo, e va a votare.

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