Ha vinto l’uomo della finanza!

Vi siete chiesti perché i mercati auspicavano la vittoria di  Macron?

Gli organi del capitalismo globale in queste ore stanno festeggiando lo scampato pericolo: dopo l’elezione di Trump, la Brexit e il referendum italiano che ha bocciato le riforme di Renzi, la stampa serva della finanza scrive trionfante che la piena populista dopo aver raggiunto il punto più alto sta iniziando a scendere, mentre una nuova generazione di giovani e dinamici leader liberali ed europeisti, una volta sbarazzatasi del fardello dei vecchi e screditati partiti tradizionali, di sinistra e di destra, saranno in grado di fronteggiare e vincere il pessimismo e la minaccia del populismo.

Ma è davvero giustificato questo sfrenato ottimismo?

Marine Le Pen, come si sapeva, non ha superato il 40% nel ballottaggio che l’ha opposta al fighetto Macron soprattutto perché il risultato del primo turno ha segnato anche il formidabile balzo in avanti del candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, che sfiorando il 20% ha quasi raddoppiato i voti ottenuti nelle precedenti elezioni, ai danni del pressoché defunto partito socialista.

Un risultato che va a sommarsi all’oltre 20% dei vari Podemos, Cinque Stelle e Labour, quest’ultimo viene descritto come un partito in via di estinzione, laddove si tratta di un nuovo partito che, per tornare all’originaria ispirazione laburista, paga inevitabilmente la rottura con la zavorra blairiana che ne aveva assunto il controllo.

Insomma l’opposizione alle oligarchie europee non è destinata a smorzarsi,  infatti sommando il consenso dei populismi di destra e di sinistra, si attesta stabilmente poco sotto il 50% dei cittadini del Vecchio Continente. Naturalmente questa somma, per l’ala sinistra dei movimenti antisistema, rappresenta un problema d’immagine, in quanto viene usata dalla propaganda degli euro oligarchi e dei media di regime per alimentare la tesi degli “opposti estremismi” da battere per difendere il fantasma di quella “democrazia” che loro stessi hanno distrutto.

È per questo che va apprezzata la lucidità con cui Mélenchon si è rifiutato di associarsi a questo coro stonato, dichiarando di non voler fare endorsement per nessuno dei due contendenti che andranno al ballottaggio. Una posizione più corretta ed efficace di quella assunta a suo tempo da Bernie Sanders nelle ultime elezioni presidenziali americane quando, non essendo riuscito a ottenere la nomination democratica, ha invitato i propri sostenitori a votare per Hillary Clinton. Magari avrebbe fatto meglio a invitare all’estensione e a concentrare le energie sulla costruzione di un’alternativa politica futura a entrambi gli esponenti dell’establishment statunitense.

Viceversa Mélenchon pare abbia colto il punto: compito di un movimento socialista e populista che si voglia realmente antagonista non è proteggere il sistema dall’attacco del populismo di destra, bensì rubare a quest’ultimo quel consenso di massa che ha potuto ottenere solo grazie al disarmo delle sinistre tradizionali.

 

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