Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del populismo!

Esistono delle parole che, nell’attuale scenario sia in Italia che in Europa, vengono spesso usate sia dai politici che dai mass media in modo sovente improprio. Capita, infatti, che più alcuni termini sono inflazionati e più sono al tempo stesso usati in modo ossessivo quanto scorretto. Artefice di questa cinica quanto spavalda manipolazione è la nostra classe politica, che dimostra così di essere doppiamente miserevole, sia per la crassa ignoranza culturale, (si enfatizzano solo i congiuntivi di Di Maio), sia per l’abietta disonestà intellettuale.

Un termine che rappresenta al meglio questa distorsione semantica è “Populismo”: una delle parole maggiormente usate e abusate nella scena politica e mediatica nazionale. Dall’esplosione del Blog di Beppe Grillo e la nascita del Movimento Cinque Stelle col suo ingresso da gigante nel Parlamento, la parola “populismo” è diventata una delle più storpiate da qualsiasi mezzo d’informazione e all’interno di qualsiasi discorso politico.

Il dizionario Treccani afferma che per “populismo” si intende il “movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia” tra il XIX e XX secolo, “che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba”.

Se ci si attiene dunque al significato proprio e originario di questo termine, non vi è assolutamente niente di negativo o di criticabile, mentre quando chicchessia, qualsiasi intellettuale improvvisato, usa questa parola oggi, le conferisce solo un significato dispregiativo, confondendola di fatto con un’altra parola: demagogia! Quando quotidianamente si sente parlare il politico di turno, spesso e volentieri il solito piddino, riferendosi al Movimento Cinque Stelle nel suo complesso, la parola più benevola che pronuncia è “populista” o “populismo”, intendendola comunque come se fosse un sinonimo di “demagogo” o “demagogia”.

Restando in tema “Populismo/Movimento Cinque Stelle”, bisognerebbe conoscere o rileggersi quanto detto da Noam Chomsky che, riflettendo sul V-Day del 2007, giudica “interessante” l’accusa di “populismo” mossa a Beppe Grillo. Il noto intellettuale dissidente americano ci dà un’ottima definizione: “Populismo significa appellarsi alla popolazione“. Chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga “tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Chomsky ritiene al contrario che “la popolazione dovrebbe essere partecipe e non spettatrice”.

Tenere la popolazione lontana dalla cosa pubblica è una posizione “comune tra i liberal, gli intellettuali democratici e, da loro, si trasferisce alle classi dirigenti”. Ciò, unito al fatto che le figure che vengono candidate alle elezioni sono “create dal mondo economico” (perché create tramite finanziamenti di tipo lobbistico e commerciale), contribuisce ad attribuire ai partiti una funzione totalmente “apolitica”, trasformandoli di fatto in macchine addette alla “produzione di candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico che emarginano la popolazione”.

Se per populismo dunque si intende una concezione della politica che ravvicini i cittadini alla cosa pubblica e dia la priorità agli interessi della popolazione anziché a quelli ristretti di una esigua élite di privilegiati, la cosa non è solo positiva, ma ha un nome ben preciso: “democrazia”.

Nello specifico, in Italia, in cui la contrapposizione tra “caste” e la cittadinanza è sicuramente più netta e marcata rispetto a molti altri paesi europei, la volontà di una maggiore giustizia ed equità, non solo economica, ma anche di partecipazione democratica, non può che essere considerata un sentimento nobile e giusto. L’errato utilizzo di questa parola denota invece quanto la politica e l’informazione, patologicamente collegate, seguano più una “moda” nel parlare e nell’usare certi termini, piuttosto che un uso appropriato e consapevole del lessico.

A meno che tutto ciò non nasconda un altro intento sottile e perverso: voler far passare nella testa della gente l’idea ultima che qualsivoglia difesa degli interessi popolari, quantunque nobile in sé, sia purtroppo illusoria, utopica, perché in contrasto con la dura realtà economica e le sue immodificabili leggi divine del liberismo.

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