Un Movimento populista democratico per l’America

Trump ha vinto le elezioni presidenziali contro ogni pronostico, perché la sua retorica elettorale ha saputo sfruttare la rabbia di milioni di ex elettori democratici, esasperati dalle élite del loro partito che ne hanno ignorato bisogni e interessi, che se ne sono fregate del fatto che le persone devono lavorare più ore in cambio di salari più bassi, che milioni di posti di lavoro se ne sono andati in Cina, in Messico o in altri Paesi in via di sviluppo, che i manager guadagnano trecento volte più di loro, che non possono più avere accesso a cure decenti per i propri figli né far loro frequentare scuole adeguate, che non trovano più abitazioni ad affitti accessibili, che la pensione è diventata un miraggio.

Adesso staremo a vedere se Trump avrà davvero il coraggio di fare alcune delle cose che ha promesso in campagna elettorale. Imporrà controlli severi sulle speculazioni finanziarie? Obbligherà l’industria farmaceutica ad abbassare i prezzi? Promuoverà massicci investimenti per ricostruire le infrastrutture senza preoccuparsi dell’aumento della spesa pubblica e senza tagliare la spesa sociale?  Non darà davvero  il suo consenso a nuovi accordi di liberalizzazione commerciale come il TTIP?

 Se dovesse mantenere queste promesse, che erano presenti anche nel programma elettorale del senatore Sanders ci saranno ancora manifestazioni di piazza dove si paventa il pericolo fascista riprese dai media di tutto il mondo con relative analisi onaniste dei soliti intellettuali cortigiani di regime?

Trump ha saputo mobilitare la rabbia dei lavoratori bianchi poveri per rivolgerla contro le minoranze che stanno ancora peggio di loro, ma che non la scatenerà mai contro le banche, l’establishment politico e la casta dell’1% dei super ricchi.

Il problema è stato la decisione di Sanders di concedere il proprio endorsement a una figura politica corrotta e squalificata come Hillary Clinton adottando una logica “frontista” per difendere la democrazia contro la minaccia di destra rappresentata da Trump. Errore perché, come lo stesso Sanders ha ben spiegato nei suoi scritti e discorsi, la “democrazia” americana (e lo stesso si potrebbe dire per la nostra) si è da tempo trasformata in un sistema oligarchico che non offre alcun reale potere decisionale al popolo. Errore perché la speranza di riformare dall’interno il partito Democratico si è rivelata illusoria (basti pensare allo “scippo” con cui l’establishment ha regalato la nomination alla Clinton) e apparirà ancora più illusoria quando Sanders, la senatrice Warren e altri settori della sinistra proveranno a imporre un illusorio cambio di linea: le lobby che controllano il partito non lo consentiranno mai!

Errore, infine, perché la rete di attivisti, comitati, sindacati, associazioni che si era coagulata attorno a Sanders ha vissuto con rabbia e frustrazione la scelta di appoggiare la Clinton, tanto è vero che non l’ha votata. Una rabbia che oggi si esprime con le manifestazioni di piazza contro Trump le quali, contrariamente a quanto scrivono i media, non vedono protagonista un presunto “popolo della Clinton” ma un “popolo di Sanders” che il senatore del Vermont avrebbe dovuto (e che ancora potrebbe) organizzare in vista della costruzione di una terza forza politica da opporre al duopolio oligarchico democratico/repubblicano, una sorta di Movimento Cinque Stelle e Strisce, una forza populista di sinistra alla Podemos.

Populista sarai tu!

​«“Populisti” in politica sono sempre gli altri, gli avversari. In realtà ogni buon partito dovrebbe essere “populista”, cioè ascoltare cosa pensano e cosa chiedono le persone ordinarie, i semplici cittadini. Invece nel dibattito pubblico la parola viene usata in senso dispregiativo. No, non sono preoccupato per la presunta minaccia del “populismo”, ma per la possibile risposta autoritaria alla crisi della democrazia».

Zygmunt Bauman (1925-2017)

Mai più un Paese senza il suo Popolo!

Idee utili per il programma del Movimento Cinque Stelle e di una forza autenticamente di sinistra in vista delle prossime elezioni politiche…

1. Una politica di investimenti e politiche pubbliche per l’occupazione, la riduzione della settimana lavorativa a 35 ore e dell’età pensionabile a 60 anni, una pensione pubblica dignitosa per tutti di importo pari al salario minimo, la fine delle leggi e dei meccanismi che incentivano la precarietà del lavoro.

2. Analisi del debito pubblico e privato per identificarne le parti che sono illegittime e quindi non vanno pagate, ristrutturazione del resto del debito, eliminazione delle clausole vessatorie nei rapporti debitori.

3. Controllo democratico sulla Banca centrale europea, che va orientata al conseguimento di obiettivi di interesse pubblico, in particolare occupazione, contrasto degli attacchi speculativi e sostegno al debito pubblico dei singoli Stati membri dell’Unione europea.

4. Creazione di un’Agenzia europea di rating pubblica che prenda il posto di quelle private esistenti che non garantiscono alcuna obiettività e sono viziate da evidenti quanto enormi conflitti d’interesse.

5. Riorientamento del credito verso le iniziative di rilievo sociale, tassazione dei profitti bancari, proibizione degli strumenti finanziari speculativi.

6. Recupero del controllo pubblico sui settori strategici dell’economia quali ad esempio telecomunicazioni, energia, alimentazione, trasporti, sanità, educazione, medicinali.

7. Cooperazione effettiva e trasparente tra le autorità fiscali dei vari Paesi europei.

8. Obbligo di rendicontazione da parte delle imprese multinazionali, anche al fine di porre fine ai loro abusi fiscali e di altro genere.

9. Persecuzione dell’evasione fiscale, che va penalizzata a partire dall’importo di 50.000 euro, con appesantimento delle sanzioni previste.

10. Politica fiscale orientata alla redistribuzione del reddito, con eliminazione di tutti i meccanismi di elusione delle imposte.

11. Sostegno alla ricerca pubblica e riequilibrio dello sviluppo fra i vari Paesi europei.

12. Introduzione di un reddito di base garantito non sostitutivo delle prestazioni sociali già in essere.

Si tratta di un ampio ed ambizioso programma, come quello di Podemos in Spagna e in Portogallo, la cui attuazione implica evidentemente la liquidazione delle attuali politiche europee di cosiddetta austerità, improntate esclusivamente al beneficio della finanza e dell’impresa parassitarie. L’esatto opposto di quello che vanno predicando Renzi, Berlusconi e i loro vari accoliti. 

Non si agitino obiettivi demagogici e volti solo a creare un consenso momentaneo, come l’uscita dall’euro, ma si chiedano cambiamenti totali di direzione da parte delle istituzioni europee e nazionali.

Se si vuole davvero cambiare si deve rottamare PD, Forza Italia e cespugli vari, prima che siano tali forze a rottamare il Paese, in un crescendo di sfrenata corruzione e piatta subalternità ai poteri forti nazionali, europei e internazionali.

Per perseguire questo obiettivo occorre la convergenza fra le migliori forze ed idee del Movimento Cinque Stelle e una sinistra finalmente rigenerata, ma soprattutto i movimenti di massa che, su vari temi, nonostante tutto continuano ad esistere in questo Paese disastrato.

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Cosa è il comunismo

 

“E’ ragionevole, chiunque lo capisce.
E’ facile. Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere.
Va bene per te, informatene.
Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio.
E’ contro il sudiciume e contro l’idiozia.
Gli sfruttatori lo chiamano delitto.
Ma noi sappiamo: è la fine dei delitti.
Non è follia ma invece fine della follia.
Non è il caos ma l’ordine invece.
E’ la semplicità che è difficile a farsi.”

Bertold Brecht – Lode al comunismo

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Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del populismo!

Esistono delle parole che, nell’attuale scenario sia in Italia che in Europa, vengono spesso usate sia dai politici che dai mass media in modo sovente improprio. Capita, infatti, che più alcuni termini sono inflazionati e più sono al tempo stesso usati in modo ossessivo quanto scorretto. Artefice di questa cinica quanto spavalda manipolazione è la nostra classe politica, che dimostra così di essere doppiamente miserevole, sia per la crassa ignoranza culturale, (si enfatizzano solo i congiuntivi di Di Maio), sia per l’abietta disonestà intellettuale.

Un termine che rappresenta al meglio questa distorsione semantica è “Populismo”: una delle parole maggiormente usate e abusate nella scena politica e mediatica nazionale. Dall’esplosione del Blog di Beppe Grillo e la nascita del Movimento Cinque Stelle col suo ingresso da gigante nel Parlamento, la parola “populismo” è diventata una delle più storpiate da qualsiasi mezzo d’informazione e all’interno di qualsiasi discorso politico.

Il dizionario Treccani afferma che per “populismo” si intende il “movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia” tra il XIX e XX secolo, “che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba”.

Se ci si attiene dunque al significato proprio e originario di questo termine, non vi è assolutamente niente di negativo o di criticabile, mentre quando chicchessia, qualsiasi intellettuale improvvisato, usa questa parola oggi, le conferisce solo un significato dispregiativo, confondendola di fatto con un’altra parola: demagogia! Quando quotidianamente si sente parlare il politico di turno, spesso e volentieri il solito piddino, riferendosi al Movimento Cinque Stelle nel suo complesso, la parola più benevola che pronuncia è “populista” o “populismo”, intendendola comunque come se fosse un sinonimo di “demagogo” o “demagogia”.

Restando in tema “Populismo/Movimento Cinque Stelle”, bisognerebbe conoscere o rileggersi quanto detto da Noam Chomsky che, riflettendo sul V-Day del 2007, giudica “interessante” l’accusa di “populismo” mossa a Beppe Grillo. Il noto intellettuale dissidente americano ci dà un’ottima definizione: “Populismo significa appellarsi alla popolazione“. Chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga “tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Chomsky ritiene al contrario che “la popolazione dovrebbe essere partecipe e non spettatrice”.

Tenere la popolazione lontana dalla cosa pubblica è una posizione “comune tra i liberal, gli intellettuali democratici e, da loro, si trasferisce alle classi dirigenti”. Ciò, unito al fatto che le figure che vengono candidate alle elezioni sono “create dal mondo economico” (perché create tramite finanziamenti di tipo lobbistico e commerciale), contribuisce ad attribuire ai partiti una funzione totalmente “apolitica”, trasformandoli di fatto in macchine addette alla “produzione di candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico che emarginano la popolazione”.

Se per populismo dunque si intende una concezione della politica che ravvicini i cittadini alla cosa pubblica e dia la priorità agli interessi della popolazione anziché a quelli ristretti di una esigua élite di privilegiati, la cosa non è solo positiva, ma ha un nome ben preciso: “democrazia”.

Nello specifico, in Italia, in cui la contrapposizione tra “caste” e la cittadinanza è sicuramente più netta e marcata rispetto a molti altri paesi europei, la volontà di una maggiore giustizia ed equità, non solo economica, ma anche di partecipazione democratica, non può che essere considerata un sentimento nobile e giusto. L’errato utilizzo di questa parola denota invece quanto la politica e l’informazione, patologicamente collegate, seguano più una “moda” nel parlare e nell’usare certi termini, piuttosto che un uso appropriato e consapevole del lessico.

A meno che tutto ciò non nasconda un altro intento sottile e perverso: voler far passare nella testa della gente l’idea ultima che qualsivoglia difesa degli interessi popolari, quantunque nobile in sé, sia purtroppo illusoria, utopica, perché in contrasto con la dura realtà economica e le sue immodificabili leggi divine del liberismo.

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La ex meglio gioventù comunista…

Ci sono film che si trascinano con fatica fino al secondo tempo, quando poi regalano finali talmente forti da risemantizzare tutto il girato precedente. Sono quei finali che poi ti restano nella mente a lungo dopo la visione e nella memoria si fanno rappresentanti dell’intera pellicola.

Uno di questi è Arrivederci amore, ciao: un prodotto gradevole ma non eccezionale può diventare cult, specialmente quando, come in questo caso, utilizza la finzione cinematografica quasi come dichiarazione del proprio pensiero.

La storia di Giorgio Pellegrini, interpretata dal sempre bravo Alessio Boni,  è infatti emblematica di una intera generazione, il film di Soavi mette in immagini il romanzo di Carlotto . Il protagonista è la sublimazione del cinismo, della mancanza totale di ideologia e di una folle indole al disordine in quanto tale. L’arrivismo che lo contraddistingue lo porta a molestare la propria morale pur di ottenere la riabilitazione. L’ideale unico da perseguire è il vangelo del denaro, una droga a cui Giorgio non può rinunciare. Arrivano quindi anche le soddisfazioni professionali e l’inserimento in quella società che il giovane protagonista aveva tentato di distruggere anni prima. Il matrimonio con una fervente cattolica e la direzione di un elegante ristorante nel ricco nord-est lo consacrano definitivamente in quella categoria di incendiari imbolsiti descritti in precedenza. “Giurami che non sei più comunista”, chiede preoccupata l’ingenua mogliettina. “Te lo giuro. Ero molto giovane e volevo cambiare il mondo“.

Insomma la solita ex meglio gioventù che poi alla fine cambia le proprie menti

 

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Comunali 2017…

​Fino a ieri con quella sua aria naif da snob del cazzo, quando lo incrociavi, ti guardava con malcelata sufficienza, magari ti regalava anche un sorrisetto di circostanza che ti voleva dire: “io valgo e tu sei solo una mezzasega”. 

Adesso invece se non lo vedi, ti viene incontro lui, ti saluta da lontano, si ferma, ti stringe la mano, ti fa sentire importante e fondamentale per le sorti del nostro paese. 

E sapete perché tutto questo accade? Semplice: le elezioni comunali umanizzano l’animale politico  a caccia di voti…

Nostalgia…

Ritornare quarant’anni dopo nel posto, Villa Boschetto, dove con i miei trascorrevo i mesi estivi mi ha provocato una miscela di sensazioni che si possono riassumere in una parola sola: nostalgia…della mia infanzia, di mio padre che non c’è più, di mia madre quando era giovane e bella, di tempi difficili ma sereni.


In difesa della Scuola Media

Nel recente dibattito sulla validità della  scuola media italiana, il mio punto di vista è netto, maturato non sulla base di astruse teorie ma semplicemente sul campo, ogni giorno tra i banchi e in cattedra, sulla mia personale esperienza di docente di Lettere, iniziata nell’anno scolastico 2001/2002 nel mitico Istituto Comprensivo di Ruffano.

La scuola secondaria di primo grado  è un anello indispensabile, certamente migliorabile, per la preparazione allo studio liceale e universitario, perché finalmente “svela” agli studenti la conoscenza della realtà, e di se stesso, organizzata per discipline, un patrimonio che l’uomo ha conquistato, selezionato e strutturato nel corso del suo cammino millenario.

Se è vero che gli studenti delle medie mostrano un’affezione allo studio e all’istituzione scolastica minore rispetto ai bambini della scuola primaria, questo è da imputare allo stravolgimento dell’impostazione del ciclo precedente che si è consumato in Italia negli ultimi trent’anni: perché costringere i bambini di sei o sette anni a stare mesi e mesi sui numeri da 1 a 10, quando anche a due o tre anni dimostrano già una certa disinvoltura con le decine e persino con le centinaia.

Per non parlare della storia, che smette di essere racconto del passato per ridursi ad astrusa ‘scienza della temporalità’. Oggi purtroppo in prima media arrivano ragazzi meno preparati rispetto al passato, meno pronti ad affrontare il ‘salto’ che li metterà di fronte a tante materie ognuna con la propria epistemologia, il proprio lessico specifico, il proprio docente.

L’ossequio acritico a certe teorie pedagogiche, spesso superate quando non addirittura confutate, hanno indebolito quella che un tempo si diceva la scuola migliore del mondo, per l’adesione a un modello scientista che patrocina con sempre più insistenza l’ideologia secondo cui le materie debbono sparire, sostituite da una sorta di blocco di attività prevalentemente pratiche.

La scuola, insomma, dei learning object, della risoluzione dei problemi senza avere una conoscenza sistematica degli strumenti e dei concetti necessari: il modello finlandese in cui si afferma l’idea che a scuola si vada per porsi problemi e tentare di risolverli, mentre l’acquisizione di conoscenze è qualcosa di secondario.

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