Populista sarai tu!

​«“Populisti” in politica sono sempre gli altri, gli avversari. In realtà ogni buon partito dovrebbe essere “populista”, cioè ascoltare cosa pensano e cosa chiedono le persone ordinarie, i semplici cittadini. Invece nel dibattito pubblico la parola viene usata in senso dispregiativo. No, non sono preoccupato per la presunta minaccia del “populismo”, ma per la possibile risposta autoritaria alla crisi della democrazia».

Zygmunt Bauman (1925-2017)

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Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del populismo!

Repetita iuvant, non stufant, spero. Ritorno su un argomento, a me caro, come si evince  dall’intestazione del mio Blog: il populismo.

Esistono delle parole che, nell’attuale scenario sia in Italia che in Europa, vengono spesso usate sia dai politici che dai mass media in modo sovente improprio. Capita, infatti, che più alcuni termini sono inflazionati e più sono al tempo stesso usati in modo ossessivo quanto scorretto. Artefice di questa cinica quanto spavalda manipolazione è la nostra classe politica, che dimostra così di essere doppiamente miserevole, sia per la crassa ignoranza culturale, (si enfatizzano solo i congiuntivi di Di Maio), sia per l’abietta disonestà intellettuale.

Un termine che rappresenta al meglio questa distorsione semantica è “Populismo”: una delle parole maggiormente usate e abusate nella scena politica e mediatica nazionale. Dall’esplosione del Blog di Beppe Grillo e la nascita del Movimento Cinque Stelle col suo ingresso da gigante nel Parlamento, la parola “populismo” è diventata una delle più storpiate da qualsiasi mezzo d’informazione e all’interno di qualsiasi discorso politico.

Il dizionario Treccani afferma che per “populismo” si intende il “movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia” tra il XIX e XX secolo, “che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba”.

Se ci si attiene dunque al significato proprio e originario di questo termine, non vi è assolutamente niente di negativo o di criticabile, mentre quando chicchessia, qualsiasi intellettuale improvvisato, usa questa parola oggi, le conferisce solo un significato dispregiativo, confondendola di fatto con un’altra parola: demagogia! Quando quotidianamente si sente parlare il politico di turno, spesso e volentieri il solito piddino, riferendosi al Movimento Cinque Stelle nel suo complesso, la parola più benevola che pronuncia è “populista” o “populismo”, intendendola comunque come se fosse un sinonimo di “demagogo” o “demagogia”.

Restando in tema “Populismo/Movimento Cinque Stelle”, bisognerebbe conoscere o rileggersi quanto detto da Noam Chomsky che, riflettendo sul V-Day del 2007, giudica “interessante” l’accusa di “populismo” mossa a Beppe Grillo. Il noto intellettuale dissidente americano ci dà un’ottima definizione: “Populismo significa appellarsi alla popolazione“. Chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga “tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Chomsky ritiene al contrario che “la popolazione dovrebbe essere partecipe e non spettatrice”.

Tenere la popolazione lontana dalla cosa pubblica è una posizione “comune tra i liberal, gli intellettuali democratici e, da loro, si trasferisce alle classi dirigenti”. Ciò, unito al fatto che le figure che vengono candidate alle elezioni sono “create dal mondo economico” (perché create tramite finanziamenti di tipo lobbistico e commerciale), contribuisce ad attribuire ai partiti una funzione totalmente “apolitica”, trasformandoli di fatto in macchine addette alla “produzione di candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico che emarginano la popolazione”.

Se per populismo dunque si intende una concezione della politica che ravvicini i cittadini alla cosa pubblica e dia la priorità agli interessi della popolazione anziché a quelli ristretti di una esigua élite di privilegiati, la cosa non è solo positiva, ma ha un nome ben preciso: “democrazia”.

Nello specifico, in Italia, in cui la contrapposizione tra “caste” e la cittadinanza è sicuramente più netta e marcata rispetto a molti altri paesi europei, la volontà di una maggiore giustizia ed equità, non solo economica, ma anche di partecipazione democratica, non può che essere considerata un sentimento nobile e giusto. L’errato utilizzo di questa parola denota invece quanto la politica e l’informazione, patologicamente collegate, seguano più una “moda” nel parlare e nell’usare certi termini, piuttosto che un uso appropriato e consapevole del lessico.

A meno che tutto ciò non nasconda un altro intento sottile e perverso: voler far passare nella testa della gente l’idea ultima che qualsivoglia difesa degli interessi popolari, quantunque nobile in sé, sia purtroppo illusoria, utopica, perché in contrasto con la dura realtà economica e le sue immodificabili leggi divine del liberismo.

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Comunali 2017…

​Fino a ieri con quella sua aria naif da snob del cazzo, quando lo incrociavi, ti guardava con malcelata sufficienza, magari ti regalava anche un sorrisetto di circostanza che ti voleva dire: “io valgo e tu sei solo una mezzasega”. 

Adesso invece se non lo vedi, ti viene incontro lui, ti saluta da lontano, si ferma, ti stringe la mano, ti fa sentire importante e fondamentale per le sorti del nostro paese. 

E sapete perché tutto questo accade? Semplice: le elezioni comunali umanizzano l’animale politico  a caccia di voti…

Nostalgia…

Ritornare quarant’anni dopo nel posto, Villa Boschetto, dove con i miei trascorrevo i mesi estivi mi ha provocato una miscela di sensazioni che si possono riassumere in una parola sola: nostalgia…della mia infanzia, di mio padre che non c’è più, di mia madre quando era giovane e bella, di tempi difficili ma sereni.


In difesa della Scuola Media

Nel recente dibattito sulla validità della  scuola media italiana, il mio punto di vista è netto, maturato non sulla base di astruse teorie ma semplicemente sul campo, ogni giorno tra i banchi e in cattedra, sulla mia personale esperienza di docente di Lettere, iniziata nell’anno scolastico 2001/2002 nel mitico Istituto Comprensivo di Ruffano.

La scuola secondaria di primo grado  è un anello indispensabile, certamente migliorabile, per la preparazione allo studio liceale e universitario, perché finalmente “svela” agli studenti la conoscenza della realtà, e di se stesso, organizzata per discipline, un patrimonio che l’uomo ha conquistato, selezionato e strutturato nel corso del suo cammino millenario.

Se è vero che gli studenti delle medie mostrano un’affezione allo studio e all’istituzione scolastica minore rispetto ai bambini della scuola primaria, questo è da imputare allo stravolgimento dell’impostazione del ciclo precedente che si è consumato in Italia negli ultimi trent’anni: perché costringere i bambini di sei o sette anni a stare mesi e mesi sui numeri da 1 a 10, quando anche a due o tre anni dimostrano già una certa disinvoltura con le decine e persino con le centinaia.

Per non parlare della storia, che smette di essere racconto del passato per ridursi ad astrusa ‘scienza della temporalità’. Oggi purtroppo in prima media arrivano ragazzi meno preparati rispetto al passato, meno pronti ad affrontare il ‘salto’ che li metterà di fronte a tante materie ognuna con la propria epistemologia, il proprio lessico specifico, il proprio docente.

L’ossequio acritico a certe teorie pedagogiche, spesso superate quando non addirittura confutate, hanno indebolito quella che un tempo si diceva la scuola migliore del mondo, per l’adesione a un modello scientista che patrocina con sempre più insistenza l’ideologia secondo cui le materie debbono sparire, sostituite da una sorta di blocco di attività prevalentemente pratiche.

La scuola, insomma, dei learning object, della risoluzione dei problemi senza avere una conoscenza sistematica degli strumenti e dei concetti necessari: il modello finlandese in cui si afferma l’idea che a scuola si vada per porsi problemi e tentare di risolverli, mentre l’acquisizione di conoscenze è qualcosa di secondario.

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