Lunga vita ai gilet gialli!

Oramai è il giallo il colore della rivoluzione!  Il Quarto Stato dei gilet gialli parigini sono un eroico esempio di rivolta dal basso, di contestazione integrale del fanatismo economico globale chiamato ora capitalismo, ora libero scambio, ora mercato, ora pensiero unico. Sia pure in assenza di una precisa progettualità e di una chiara coscienza dei propri obiettivi di lungo periodo, i gilet gialli hanno capito chi è il vero nemico: il neoliberismo, che in Francia trova nel Presidente Macron il prodotto in vitro dell’élite bancocratica Rothschild.

In ciò, i gilet gialli rappresentano la nuova forma della contestazione al tempo del populismo. Se l’Italia è il laboratorio istituzionale del populismo, la Francia lo è sul piano della rivolta e della prassi. È, forse, inscritto nella sua gloriosa storia, dalla Rivoluzione francese alla Comune di Parigi. Anche in ciò si misura la maggiore credibilità dei gilet gialli gallici rispetto alle nostre risibili magliette rosse, che, dai loro sontuosi attici di Nuova York o dai loro fastosi residence di Portofino, protestano sempre e solo in nome di istanze che non si oppongono al capitalismo globalizzato, ma che lo completano e contribuiscono a realizzarlo appieno.

Una prova, tra le tante, circa la necessità di supportare i gillet gialli è la reazione di Renzi, che si schiera col potere contro i gillet gialli. Sempre dalla parte dei padroni, sempre contro il popolo sofferente: questo ormai il suo collaudato motto. Nihil novi sub sole. Da vent’anni a questa parte, non v’è battaglia, non v’è presa di posizione, non v’è scelta delle sinistre traditrici di Marx e di Gramsci che non vada nella direzione opposta rispetto agli interessi delle classi dominate. Matteo Renzi, per parte sua, è un campione di questo modus operandi, che può con diritto intendersi come difesa permanente del rapporto di forza egemonico. Lunga vita ai gilet gialli, dunque. E che dalla Francia possa ancora una volta divampare il fuoco rivoluzionario della trasformazione.

gilet gialli la protesta si allarga

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Più investimenti pubblici al Sud come risposta a Bruxelles

 

L’apertura da parte della Commissione europea della procedura per violazione della regola del debito pubblico era un atto dovuto, scontato, inevitabile, dato lo scostamento dagli obiettivi del Fiscal Compact. Le conseguenze possono essere, indirettamente, ossia attraverso i tassi di interesse, molto rilevanti.

Ma gli obiettivi del Fiscal Compact sono insostenibili e dannosi ai fini della riduzione del debito pubblico. Le regole del mercato unico e dell’eurozona, a partire dallo Statuto della Bce, sono insostenibili per tutti, non sono per l’Italia: l’estremismo mercantilista Made in Germany impone svalutazione del lavoro, carenza strutturale di domanda interna, diseguaglianze territoriali e sociali, ritorsioni protezioniste, crescita stentata e anemica e, inevitabilmente, conseguenze negative sulla sostenibilità del debito pubblico.

La ribellione dei popoli, in particolare delle classi medie, attraversa tutto il continente, anche la Germania felix raccontata dalla propaganda ufficiale: i partiti al governo da due decenni attraverso la “Grande Coalizione” sono al loro minimo storico e, insieme, sotto al 50% dei voti.

Poi a quanti sbandierano il successo elettorale dei “Verdi” nelle recenti elezioni in un paio di importanti Länder va segnalato che, al di la delle fantasiose interpretazioni italiane sulla loro natura, intercettano soltanto la metà dei voti persi da Cdu-Csu e Spd. L’altra metà va  ai populisti di estrema destra di AfD.

Sarebbe utile per tutti i Paesi membri che la Commissione e il Consiglio Ue affrontassero tali nodi strutturali, portati all’attenzione dei governi europei dal ministro Savona nel documento Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa. Siamo a ridosso delle elezioni europee, ma il confronto-scontro tra Italia e “gli altri” deve avere lo sfondo giusto per provare a rompere l’isolamento. È lo sfondo per riconoscere le ragioni della forzatura necessaria al Fiscal Compact, a maggior ragione in una fase di rallentamento dell’economia europea e di dazi in aumento: provare a rispettare le regole aggraverebbe le condizioni della nostra economia e complicherebbe la sostenibilità del nostro debito pubblico.

Tuttavia, forzare le regole purtroppo non significa avere mani libere. Il Governo, date le condizioni della nostra finanza pubblica, la mobilità dei capitali e la portata deflativa del mercato unico, non può permettersi di andare avanti come nulla fosse. Allora, che fare per evitare Scilla, la consueta subalternità politica e i conseguenti danni economici all’Italia, e Cariddi, l’avvitamento soffocante via spread?

È necessario confermare l’obiettivo del 2,4% di deficit su Pil, ma è altrettanto necessario correggere il DDL Bilancio ora in Commissione. In che direzione? Larga parte dell’extra deficit va spostata su investimenti pubblici, in piccole opere, in particolare nel Mezzogiorno.

La stragrande maggioranza dei Comuni italiani ha progetti canteriabili. Gli investimenti pubblici sono la componente più efficace per dare ossigeno all’economia reale. Allora, metà della dotazione prevista per il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza” andrebbe allocata su un “Piano per il lavoro”, concentrato nel Mezzogiorno, finalizzato alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole e degli ospedali; alla rigenerazione delle periferie; a un programma per l’edilizia residenziale pubblica; al finanziamento di una strategia industriale per la riconversione ecologica dell’economia.

Alla dotazione del Piano, andrebbero aggiunte parte delle risorse dedicate ai sussidi ambientalmente dannosi. Così, si avrebbe a disposizione una cospicua dotazione pluriennale per generare reddito da lavoro e affrontare tante “emergenze” infrastrutturali, ambientali e sociali.

Oltre al Piano per il lavoro, una quota delle risorse per il Reddito di Cittadinanza andrebbe utilizzata, in particolare nel Sud, su programmi per il “Lavoro di Cittadinanza”: un programma di lavoro promosso e gestito da Comune e associazioni di cittadinanza attiva, ma selezionato attraverso un bando nazionale. L’importo spettante per la prestazione di Lavoro di Cittadinanza è pari all’importo massimo del Reddito di Cittadinanza al quale si aggiunge la contribuzione previdenziale ordinaria.

È finanziato, per un miliardo l’anno, dal Fondo per il Reddito di Cittadinanza. A carico dei Comuni, le spese organizzative. I programmi finanziabili possono ricomprendere ristrutturazione di immobili pubblici da adibire a case di quartiere, dove organizzare attività gratuite per bambini e anziani, in orari scoperti rispetto ai turni di lavoro; supporto allo studio; corsi di lingua, piccola manutenzione del verde pubblico; attività sportive; catalogazione e digitalizzazione degli archivi di musei e biblioteche civiche.

Da un “Governo di cambiamento”, in particolare dal M5S, andrebbe rigettato il mantra liberista che spiega la disoccupazione come asimmetria tra domanda e offerta di lavoro. Nel Mezzogiorno, ma anche in generale nel resto del Paese, non vi è domanda di lavoro (da parte delle imprese) inevasa.

I “Centri per l’Impiego” vanno radicalmente riorganizzati e potenziati, ma anche se a Reggio Calabria si raggiungesse la capacità operativa in campo a Amsterdam, i disoccupati calabresi avrebbero soltanto un trasferimento monetario sempre senza lavoro!

Certo, un’integrazione al reddito familiare per arrivare a 780 euro mensili è estremamente rilevante per chi è in condizioni di povertà. Rispetto a tagli di trasferimenti e investimenti pubblici degli ultimi due decenni, è un salto di qualità politico e economico. Ma possiamo rassegnarci all’assistenza per milioni di persone, in specie giovani qualificati, potenzialmente in grado di contribuire attivamente alla propria comunità drammaticamente sofferente per tanti bisogni insoddisfatti?

La discussione in Commissione del DdL Bilancio è appena cominciata. È nell’interesse dell’Italia correggere la composizione della manovra e confermare il quadro di finanza pubblica votato dal Parlamento e “bocciato” dalla Commissione europea. Soltanto così, si può dare credibilità alla via della crescita per ridurre il debito pubblico e abbattere lo spread. Soltanto così, in particolare nel Mezzogiorno, si può promuovere lavoro e contrastare la povertà.

E su questo dovrebbe far sentire la sua voce e dare battaglia il “nostro ministro” Barbara Lezzi!

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Quello che non ci dicono sull’Honduras…

I telegiornali di queste ore, i giornalisti al servizio del pensiero unico ci informano che una carovana di tremila migranti è partita dall’Honduras, ha attraversato il Guatemala e tra venerdì e sabato è entrata in Messico attraversando il ponte che collega Tecun Uman, in Guatemala, con città Hidalgo, prima tappa messicana nel percorso verso nord. Viaggiano uomini, donne e bambini e molti minori non accompagnati, cinquantaquattro sono stati fermati al confine Honduras-Guatemala, altri sono riusciti a passare.

Ma soprattutto mettono in evidenza l’atteggiamento alla Salvini del Presidente Usa Trump che minaccia l’utilizzo dell’esercito  per fermare il fiume in piena di honduregni che è riuscito a passare il confine messicano e intende risalire il paese fino alla frontiera con gli Stati Uniti.

La migrazione honduregna verso gli Stati Uniti è un fenomeno più recente di altri, per esempio della storica migrazione messicana, ma si è imposta tra i maggiori flussi migratori del centroamerica da oltre dieci anni. Alcune stime parlano di un terzo della popolazione fuori dal paese, la maggior parte della quale tra Messico a Stati Uniti.

Il triangolo nord dell’American Centrale, formato da Guatemala, Salvador e Honduras, ha storicamente sofferto di instabilità politica, lenta crescita economica per lo più basata su sfruttamento di risorse naturali e un alto tasso di violenza che ha contribuito a portare in prima posizione, per diversi anni consecutivi, le città honduregne di Tegucigalpa e San Pedro Sula come i luoghi con il più alto tassi di omicidi al mondo.

Ma quello che il circo mediatico non ci racconta è che l’esodo honduregno affonda le sue radici in episodi che hanno segnato la storia recente del paese: il 29 giugno del 2009, anno che segna lo spartiacque per un paese in via di sviluppo già con situazioni socioeconomiche complesse a cui far fronte, l’Honduras registrò un colpo di stato a seguito del quale il presidente Manuel Zalaya fu obbligato ad abbandonare il paese e rifugiarsi in Costa Rica. Le elezioni che seguirono nel bel mezzo della protesta civile videro l’astensione del 70% dei cittadini e portarono al potere il conservatore Porfirio Lobo Sosa.

La maggior parte dei paesi occidentali, tra cui Italia, ha condannato il golpe, a eccezione degli Stati Uniti che godono di un notevole peso politico, militare ed economico nella regione. In un’intervista all’allora Segretario del Dipartimento di Stato americano la democratica Hillary Clinton veniva dichiarato che il governo honduregno aveva agito ‘secondo la legge’.

I dati mostrano un paese che dal 2009 è sprofondato nella violenza e nella miseria con il tasso di indebitamento più alto della storia, più del 65% della popolazione in stato di povertà e quattro milioni di persone in povertà estrema. A fronte di questa miseria e di indici di violenza e omicidi molto alti, l’Honduras registra tra i più alti tassi di diseguaglianza e di impunità in America Latina.

Prima del 2009 le cose erano andate diversamente. Durante il governo di Zelaya, l’Honduras ha registrato una crescita media del 6.7% del Pil e si implementarono diverse politiche sociali tra cui l’educazione gratuita. Il suo mandato fu caratterizzato dalla rottura del monopolio di energia elettrica che l’Honduras aveva con Stati Uniti e Europa e che aveva reso l’energia di uno dei paesi più poveri al mondo la più costosa dell’America Latina.

Nel 2014, altro anno fondamentale per l’Honduras, il governo sigla un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). La ricetta proposta prevedeva una serie di ingredienti neoliberali per far fronte a uno stato in piena recessione e con un tasso di disoccupazione che passò dal 35.5% nel 2008 al 56.4% nel 2014. L’accordo prevedeva 189 milioni di dollari in tre anni in cambio di riforme strutturali che includevano forti privatizzazioni, controllo della spesa pubblica e delle pensioni tra gli strumenti principali. L’obiettivo era quello di abbassare il debito attraverso la riduzione della spesa pubblica, soluzione che l’America Latina conosce bene soprattutto per la mancanza di crescita socioeconomica dei paesi che hanno applicato la ricetta neoliberale. L’accordo, oltre a non migliorare le condizioni del paese nonostante le privatizzazioni messe a punto, si è abbattuto sulla già debole classe media honduregna impiegata per lo più in un settore pubblico che subì molti tagli.

L’accordo con il FMI si è concluso nel 2017, sebbene parte dei termini siano stati raggiunti, come l’abbassamento del debito pubblico e le privatizzazioni, il paese è fortemente dipendente dagli Investimenti Diretti Esteri che se da un lato risolvono i deficit strutturali della bilancia dei pagamenti, dall’altro vanno verso un percorso di liberalizzazione estrema. Nel dicembre del 2017 è stato rieletto il presidente liberale Juan Orlando Hernandez, dopo aver espressamente violato la Carta Costituzionale che vieta una ricandidatura e a seguito del lascia passare dei giudici della Corte Suprema. Presunti brogli elettorali avevano portato a forti scontri nel paese con almeno 17 morti registrati.

Dopo un anno dalla fine dell’accordo con il FMI, l’Honduras è un paese più povero, più diseguale e caratterizzato dall’assenza di piani di crescita economica e sociale. La situazione è per molti versi peggiorata, le multinazionali ottengono permessi per maxiprogetti che hanno causato lo spostamento forzato soprattutto della minoranza nera garifuna che vive nella zona della Ceiba. La dipendenza dalle multinazionali è molto forte, non solo per licenze rilasciate senza vincoli soprattutto dopo la creazione di Zone Economiche Speciali nel 2013, ma anche per i numerosi trattati di libero commercio che contribuiscono a creare una situazione di monocultura e dipendenza alimentare con un impatto negativo sul settore agricolo del paese.

L’Honduras è l’ennesimo esempio di un paese che ha promosso, anche attraverso impulsi esterni, la liberalizzazione delle merci e dei capitali e che ha visto inasprirsi le politiche migratorie. I migranti scappano da un paese dove non si può più nemmeno camminare per strada e ti ammazzano per un cellulare!

Ma tutto questo i sacerdoti del pensiero unico neoliberista non ve lo raccontano!

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Attenti allo Spread! Il cane da guardia dell’eurozona

La BCE è l’unica banca centrale al mondo che per statuto non deve svolgere la funzione precipua di una banca centrale, che è quella di garantire la liquidità del sistema.

Dovremmo chiederci a questo punto: perché?

Lo spread è conseguenza di questa scelta deliberata e di nient’altro.
La volatilità del mercato dei titoli di Stato dell’eurozona generata dall’inerzia della BCE si ripercuote sui bilanci pubblici, perché collocare i titoli a un valore inferiore (cioè a rendimento maggiore) significa pagare più interessi e peggiorare il rapporto debito/PIL verso il quale si dovrebbe tendere in ossequio ai trattati.

È una trappola ben congegnata che mette in evidenza la funzione politica del mercato unico e dell’Unione monetaria.

Lo spread si è sostanzialmente azzerato con gli interventi della BCE ed è esploso ogni qualvolta la BCE si è sottratta al compito di garantire la liquidità del sistema. E la volontà di svolgere il suo primario compito di garante del sistema e di “prestatore di ultima istanza” è legata a logiche meramente politiche, cioè a espressioni discrezionali di volontà del board.

La governance della BCE, che non ha legittimazione democratica e che rappresenta gli interessi dei market makers abilitati ad operare sul mercato dei titoli di Stato, ha il potere di decidere sulla tenuta del governo di un paese membro, scegliendo appunto discrezionalmente se intervenire e quando.

È necessario prendere coscienza di questo aspetto, come del fatto che tale differenziale dei tassi nel collocamento dei titoli non ha nulla a che vedere con i mutui pagati dai cittadini italiani (questi sono calcolati sull’Euribor, che dipende dalla media dei tassi interbancari) né con i risparmi degli italiani (chi acquista i titoli con finalità di immobilizzazione e rendita dei risparmi non specula sugli arbitraggi facendo compravendite continuative di titoli).

Quindi chi dice che lo spread dipende dalle scelte del governo e che la sua variazione fa aumentare il costo dei mutui e sta erodendo i risparmi degli italiani è un analfabeta finanziario.

Lo spread è solo un’arma politica e nel sistema dell’eurozona minaccia i governi non allineati ai diktat europei destabilizzando i conti pubblici e complicando il mix allocativo dei titoli a breve, medio e lungo termine.

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Ma chi minchia è codesto Bolsonaro?

Jair Bolsonaro, candidato dell’estrema destra, è il nuovo presidente del Brasile. Bolsonaro ha vinto il ballottaggio con il 55,70% dei voti, superando il candidato rivale della sinistra, Fernando Haddad, che ha ottenuto il 43,40%, come riferito dal tribunale superiore elettorale. L’ex capitano dell’esercito entrerà formalmente in carica il prossimo gennaio. “Cambierò il destino del Paese”, ha detto Bolsonaro dopo la conferma della sua vittoria, promettendo di creare “una nazione grande, libera e prospera”. Bolsonaro, accusato dai suoi avversari di posizioni razziste e omofobe, ha garantito un Brasile dove conviveranno “opinioni, colori e orientamenti diversi”.

Populista di estrema destra, Bolsonaro ha basato la propria campagna elettorale su una retorica nazionalista, provocatoria e violenta, che guarda molto da vicino sia quella del presidente americano Donald Trump sia quella del filippino Rodriguo Duterte. La Casa Bianca ha fatto sapere che Trump ha chiamato domenica sera Bolsonaro  “per felicitarsi con lui, così come con il popolo brasiliano, per le elezioni di oggi”. Come dichiarato dalla portavoce Sarah Sanderso, “i due hanno espresso il loro impegno per lavorare insieme per migliorare le condizioni degli abitanti degli Stati Uniti e del Brasile e, in quanto leader regionali, delle Americhe”.

A Bolsonaro sono poi arrivate anche le congratulazioni del leader della Lega Matteo Salvini “Anche in Brasile i cittadini hanno mandato a casa la sinistra!”, è stato il suo commento, poi in un secondo tweet Salvini ha ribadito che chiederà l’estradizione di Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per terrorismo.  Con un tweet scritto in italiano, Eduardo Bolsonaro  -figlio del neo eletto presidente – ha replicato: “Il regalo è in arrivo! Grazie per il supporto, la destra diventa più forte”, aggiungendo le emoticon con le bandiere dell’Italia e del Brasile, insieme a quelle delle mani in segno di ringraziamento.

Eduardo Bolsonaro, in realtà, ha allegato il post di complimenti di Salvini per la vittoria del padre al suo tweet. Tuttavia il capo della comunicazione di Salvini, Luca Morisi, in un altro suo tweet ha inquadrato il commento del figlio del neo-presidente brasiliano nella vicenda Battisti. “Il figlio di @jairbolsonaro – ha scritto Morisi – ringrazia il Capitano: ‘Regalo in arrivo!’ Bella vita in #Brasile bye-bye per il terrorista rosso #Battisti, condannato a 2 ergastoli come assassino, coccolato da politici e ‘intellettuali’ sinistri nostrani e mondiali! #battististaisereno”.

Nato il 21 marzo 1955 a Glicerio, nello stato brasiliano di San Paolo, Jair Bolsonaro è figlio di genitori di origine italiana. Il suo secondo nome è “Messias” e una importante fetta dell’elettorato lo considera un salvatore della patria, mentre l’altra parte del Paese lo detesta. Giunto al terzo matrimonio, è padre di cinque figli. Ex capitano dell’esercito, è in Parlamento dal 1991, dove ha cambiato nove partiti. La sua militanza in piccole formazioni fuori dalle grandi alleanze di potere che hanno governato il Paese gli ha consentito di costruirsi un’immagine come personaggio di politico ‘pulito’ lontano dalle élite corrotte.

Figura fortemente divisiva, attivisissimo sui social, ha legato la propria fama alla retorica aggressiva di estrema destra, con dichiarazioni choc di stampo omofobo, razzista e misogino. Nel 2008 non ha esitato a dire che “l’errore della dittatura militare è stato quello di torturare e non uccidere” gli oppositori, mentre un’altra volta ha liquidato una deputata di sinistra dicendo che era così “brutta” da “non meritare di essere violentata”. Quando ha approvato la destituzione della presidente Dilma Rousseff, ha dichiarato in aula di dedicare il suo voto al soldato che la torturò quando era una giovane guerrigliera. Nell’aprile 2017 ha detto che gli afro-brasiliani “non servono neanche a procreare”. Sostenitore del libero mercato, presenta come sua principale proposta la liberalizzazione del possesso di armi per permettere ai cittadini di difendersi dalla criminalità.

L’attentato di cui è rimasto vittima lo scorso 6 settembre, che lo ha lasciato gravemente ferito, non ha fatto altro che rafforzare la sua popolarità. Bolsonaro ha trasformato la propria convalescenza dopo l’aggressione in un teatro mediatico a colpi di tweet, immagini della sua degenza sui social, dirette su Facebook e Youtube. Efficace nei comizi e sui social, dove non c’è contraddittorio, Bolsonaro è più in difficoltà nei dibattiti. Ma la sua convalescenza gli ha permesso di evitare il tradizionale dibattito televisivo con Haddad.

Bolsonaro ha il sostegno degli imprenditori e dei latifondisti, che apprezzano il suo orientamento liberista e la promessa di abolire il ministero dell’Ambiente, uscire dagli accordi sul clima di Parigi e lasciar mano libera allo sfruttamento economico delle zone protette dell’Amazzonia. Ma il candidato populista piace anche al ceto medio-basso impoverito dalla crisi economica e preoccupato dagli alti tassi di criminalità, in un elettorato religioso e conservatore che rifiuta il matrimonio omosessuale e l’aborto, anche sull’onda della crescente influenza delle chiese evangeliche. Hanno giocato a suo favore poi le paure del ‘comunismo’ di fronte al disastro della crisi venezuelana. Bolsonaro è riuscito a conquistare anche gran parte dell’elettorato conservatore moderato che guardava alla destra tradizionale, screditata dalle inchieste di corruzione che hanno colpito i principali partiti.

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Dissento, dunque esisto

Shakespeare, nel Giulio Cesare, fa dire a Cassio: «La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi, se restiamo degli schiavi». Mentre per Jünger il ribelle non contempla gli astri, ma ribalta il cielo, facendo del suolo e del presente il campo stellato della sua lotta: «È deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata».

La forma del mondo, oggi, è la merce:ogni cosa è acquistabile su Amazon, ogni vita è visibile su Istagram, vendibile al miglior offerente. La forma mentis dell’uomo di oggi è il pensare il mondo come merce, come il solo mondo possibile; si adatta in maniera conformistica, accetta l’esistente invece di criticarlo ed emendarlo.

Come uno zombie, inebetito, vede tramontare la capacità di pensare un panorama diverso rispetto a quello tecno-economico. L’uomo non dice «no», non tanto per mancanza di coraggio o forza, ma perché è incapace di pensare altrimenti. L’uomo è come la macchina del capitale: automatico e fatalista. Mentre la vita lo abbandona, docile e passivo esegue il suo compito, le sue operazioni: fino a quando, antiquato, lento, inefficiente e superato, sarà gettato nella discarica degli inutili e dei falliti.

Sono sempre più rari coloro che non accettano questo orizzonte vuoto di senso e pieno di stelle plastificate, quelli che, come il Bartleby di Melville, dicono: «No». Molti intellettuali preferiscono albergare nelle calde stanze del Grand Hotel Abisso, dove tra festival culturali e gang bang fanno intrattenimento a vita bassa, non per sembrare alla moda, ma per vendersi più comodamente all’ordine dominante. Fedeli sacerdoti al servizio del Pensiero unico neoliberista.

Occorre delineare un pensiero altro rispetto al cattivo vangelo tecno-mercatista. Adottare come Camus un pensiero in rivolta per continuare ad esistere: dissidente, critico dell’ideologia finanziaria e del carattere spesso illusorio delle democrazie occidentali, sostenitore della supremazia dello stato sul mercato, delle libere nazioni contro la dittatura eurocratica e una dispotica globalizzazione.

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Metapolitica

Anche se il redivivo Veltroni ci sta provando, oggi il divario tra destra e sinistra tende a perdere qualsiasi significato. Una tale contrapposizione permane nel linguaggio corrente dei media sotto l’influenza del gioco parlamentare e della politica istituzionale, ma nel momento in cui si cerca di chiarirne il senso esatto, si finisce sempre di più in un vicolo cieco.

Già da un punto di vista storico vi sono sempre state non una destra e una sinistra, al singolare, ma delle destre e delle sinistre, al plurale. I politologi si sono spesso domandati se tutte queste destre e queste sinistre potessero essere ridotte ad un denominatore comune, ma non sono mai pervenuti a identificarlo.

Spesso si fa risalire il divario tra destra e sinistra all’epoca della Rivoluzione Francese. In realtà, è soltanto a partire dalla fine del XIX secolo che questi due termini hanno invaso la mentalità pubblica: non sarebbe mai venuto in mente a Karl Marx, per fare un esempio, di definirsi ≪uomo di sinistra≫!

Durante tutto il XX secolo abbiamo visto prodursi un po’ dappertutto delle contrapposizioni tra destra e sinistra, ma queste hanno avuto caratteristiche molto differenti a seconda dei periodi e dei paesi. Non si dimentichi, infine, che le parole ≪sinistra≫ e ≪destra≫ sono state impiegate sempre piu frequentemente nei paesi latini piuttosto che in quelli anglosassoni, dove invece si è preferito riferirsi alla dicotomia fra conservatori e liberali, repubblicani e democratici.

In un’ottica metapolitica non ci si preoccupa di sapere qual è l’origine di un’idea in termini di topologia politica. Davvero ridicolo il fatto che uomini ≪di destra≫ difendano idee ≪di destra≫ per il solo fatto di crederle ≪di destra≫, al pari di certi uomini ≪di sinistra≫ che parteggiano per idee ≪di sinistra≫ per il solo motivo di crederle ≪di sinistra≫.

Errore che ho commesso anche io per decenni, ma adesso ciò che mi interessa di un’idea non è sapere se sia ≪di destra≫ o ≪di sinistra≫, quanto piuttosto il suo essere giusta o sbagliata, ma non è che una questione di metodo intellettuale.

Uno dei tratti che mostrano che siamo entrati in una nuova epoca è che tutti i grandi avvenimenti politici e storico-sociali di questi ultimi anni hanno rivelato nuove fratture. La costruzione dell’Europa ha generato europeisti ed euroscettici, sia di destra che di sinistra. Le guerre condotte contro la ex-Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan ecc., hanno conosciuto partigiani e avversari tanto di destra quanto di sinistra. Potremmo citare ulteriori esempi di tale sorta, atti a mostrare che le nuove divisioni che stanno apparendo vedono opporsi non più destra e sinistra ma, ad esempio, globalisti e sovranisti, élite e cittadini, quelli che stanno sotto contro quelli di sopra

Basta recarsi in libreria e vedere come la maggior parte delle opere che affollano le librerie vanno del resto già al di là della contrapposizione destra vs sinistra, dettaglio, questo, assai significativo…

 

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Il Bignami dell’opposizione di sinistra ai populisti al governo

Un breve riassunto, stile Bignami, dell’opposizione di sinistra al governo populista dei 5 Stelle – Lega:
– Opposizione alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’economia (perché l’Euro non si discute).
– Opposizione alla rimessa in discussione del Trattato di Dublino (sia mai che l’Italia inizi ad esigere che anche gli altri paesi partecipino alla gestione dell’emergenza immigrati)
– Opposizione al Decreto Dignità (perché i diritti dei lavoratori, si sa, fanno male alla finanz… ehm, ai lavoratori stessi)
– Accusa a Salvini di essere il mandante morale del lancio di uova contro Daisy Osakue (per poi scoprire che i colpevoli erano figli di un consigliere del PD)
– Accusa a Conte di aver detto che i vigili del fuoco salvano la vita, dimenticandosi di dire che lo fanno anche le vigilesse (accusa venuta da CGILvigilidelfuoco, che dovrebbe a questo punto chiamarsi CGILvigilivigilessedelfuoc*)
– Opposizione alla nazionalizzazione delle autostrade e difesa degli interessi multimilionari della famiglia Benetton
– Attacco a Salvini per il selfie al funerale di stato (quando Renzi, nemmeno 2 anni fa, ha fatto la stessa cosa alla camera ardente della compagna partigiana Tina Anselmi)

Prima la Costituzione

Agli inizi degli anni Novanta il nostro rapporto debito pubblico/Pil era intorno al 120%, causa non le politiche clientelistiche degli anni Ottanta, bensì lo scellerato divorzio Tesoro-Bankitalia, deciso nel 1981 da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, rispettivamente all’epoca ministro del Tesoro e governatore di Bankitalia. In dieci anni il debito pubblico schizzò alle stelle a causa degli interessi, ma per poter entrare nella gabbia dell’eurozona occorreva abbattere il rapporto debito pubblico/Pil. Ed ecco la trovata delle privatizzazioni, avviate dal primo governo Prodi (1996-1998) e – per quanto riguarda le autostrade – completate nel 1999 dal governo D’Alema (1998-2000). Il rapporto debito pubblico/Pil scese intorno al 100% e così avevamo fatto bene i compiti per adottare la moneta unica. All’inizio tutti felici e contenti. Poi nei decenni ci siamo accorti che l’euro era una truffa e talvolta piangendo i morti come in questi giorni, che non esiste privato che faccia gli interessi generali, anche perché i prezzi delle tariffe sono aumentati di molto, mentre la sicurezza e la manutenzione non sono state garantite.

Rispetto agli anni Novanta la storia d’Italia e del mondo intero è però cambiata. La globalizzazione sfrenata ha avuto una forte battuta d’arresto e i popoli hanno deciso di “ritornare” a difendere gli Stati nazionali. “Corsi e ricorsi” storici avrebbe detto il buon Giambattista Vico e allora si abbia il coraggio di “ritornare” alle autostrade pubbliche. La Costituzione lo consente all’articolo 43: “Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Nel “contratto di governo” M5s-Lega c’è l’obiettivo specifico di ripristinare la prevalenza della nostra Costituzione sul diritto dell’Unione europea. Si porti quindi in esecuzione il “contratto” e si riaffermi la preminenza della Costituzione sulle speculazioni dei privati e sulle regole della Ue in materia di concorrenza e di privatizzazioni.

Caro privato

La deriva neoliberista e l’assalto al patrimonio collettivo, incluso quello fornito da madre natura con l’acqua e col suolo, in Italia ha radici relativamente lontane. La storia parte dal Prodi degli anni Ottanta e dallo smantellamento dell’IRI, ma ha il suo vero epicentro nel Britannia del 1992.

Tutto inizia su un panfilo, di proprietà della regina Elisabetta II, ormeggiato in rada tra Civitavecchia e l’Argentario, affittato per l’occasione a un centinaio di banchieri filantropi, tra cui manager di Goldman Sachs, Barclays e il compagno speculatore George Soros.
In mezza giornata si posero le basi affinché gli astanti Carlo Azeglio Ciampi, in illo tempore capo del Governo, e l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi avviassero le privatizzazioni delle aziende di Stato, dei beni comuni e delle banche pubbliche.
Non ci fu il tempo materiale per discutere i dettagli di tutte le operazioni, ma si diede il segnale di semaforo verde.
Così società pubbliche come la Sip vennero spolpate da capitani coraggiosi per finire di mano in mano agli stranieri, i beni della collettività, cresciuti con il lavoro degli italiani e con le tasse dei nostri genitori, venivano dunque destinati alle mani dei privati. Era il 2 giugno, festa della Repubblica. A proposito di sovranità…
La fortuna della famiglia Benetton con le autostrade è parente delle logiche teconocratiche-politiche-affaristiche del Britannia. La concessione di tremila chilometri di rete autostradale alla famiglia Benetton fu un vero e proprio regalo: un patrimonio pubblico di 150 miliardi è stato dato in gestione a un privato senza considerevoli contropartite se non l’impegno a provvedere ai lavori di manutenzione e di ammodernamento delle tratte.
Non è tutto, la collettività versa a Luciano Benetton anche tremila euro al mese per i suoi due anni scarsi come parlamentare del Partito repubblicano italiano. Premio per le sue qualità di tecnico nel “tessere” relazioni politiche utili alla stagione delle privatizzazioni. Le autostrade costruite dallo Stato e dall’Iri sono sotto gli occhi di tutti, gli investimenti per la loro costruzione grazie ai pedaggi furono recuperati già negli anni Novanta.
E allora perché concederle praticamente gratis a un privato, proprio negli anni Novanta?
A parte la Francia, l’Italia autostradale data ai privati è la più cara d’Europa. Da noi i pedaggi garantiscono mediamente 841.000 euro di ricavi al chilometro, quasi il doppio della Spagna, il triplo della Grecia e infinitamente più che in Germania, dove nessuno specula su ciò che è pubblico ed è stato già pagato.
Alla famiglia Benetton il governo ha affidato per quaranta anni, senza gara e senza concorrenza, un controvalore infrastrutturale stimabile in 75-150 miliardi di euro finanziato coi soldi nostri e dei nostri nonni.
Se al signor Benetton fosse toccato costruire direttamente queste autostrade, pagandole di tasca propria, avrebbe dovuto sborsare 3,7 miliardi l’anno.
Ergo non dovremmo essere noi a pagare il pedaggio!
Ma questo è il fantastico mondo di Privatilandia dove tutto costa più caro!