Coraggio, Salvini, spara il Caimano!

La domanda nasce spontanea: perché la Lega non molla Silvio Berlusconi per formare un governo con il M5S, visto che i due gruppi parlamentari avrebbero i numeri per una maggioranza? La spiegazione ufficiale, per i privati cittadini ossia gli idioti, è la fedeltà all’alleanza di centro destra, il che presupporrebbe che in politica i patti siano rispettati, cosa alquanto rara. Tanto meno quando fra due alleati ce n’è uno, il Carroccio, che doveva restare socio minore e invece, alle elezioni, ha sopravanzato chi era primo, cioè Forza Italia.
La motivazione è più prosaica, terra terra: se Matteo Salvini decidesse di rompere con l’arzillo leader forzista, i proconsoli di quest’ultimo – si dice – scatenerebbero la ritorsione nelle Regioni del nord governate assieme, ovvero Lombardia, Veneto, Liguria e, da poco, Friuli-Venezia Giulia, facendo cadere le rispettive giunte. Il che sarebbe politicamente incomprensibile nell’ultimo caso, a urne appena chiuse, e semplicemente catastrofico nelle prime due, poiché vorrebbe dire perdere il controllo su bilanci che valgono da soli come uno Stato nello Stato.
Ma proviamo a immaginare lo scenario: Salvini, dopo settimane di inconcludenti trattative che l’hanno fatto passare come un vincitore che non porta a casa nulla, in nome del superiore bene della Patria toglie l’alibi ai grillini sacrificando le ragioni di coalizione, ossia di fazione, e scarica la zavorra di Arcore. Il Berlusca lo accusa di tradimento, e parte lancia in resta in una vendetta immediata, sciogliendo le sue truppe regionali dal vincolo di lealtà.
Ma siamo proprio sicuri che gli azzurri sparsi per tutto il Settentrione scatterebbero sull’attenti, felici di perdere poltrone da assessori e consiglieri, correndo verso elezioni anticipate in Regioni dove si voterà fra due anni o dove si è appena votato? Siamo così certi che gli elettori punirebbero i leghisti e premierebbero i forzisti?
Da suo elettore suggerirei a Salvini una mossa temeraria: non dico dar vita a un esecutivo stabile e duraturo che ci faccia uscire dall’euro, dica basta alla Fornero e istituisca il reddito di cittadinanza o inclusione che sia, ma almeno fare un governo che metta mano ad una nuova legge elettorale , che avvantaggerebbe, come sempre accade, chi la vara, cioè Lega e M5S.
Sarebbe l’unica soluzione possibile per liberarsi una volta per tutte dell’ingombro berlusconiano, e dall’altra parte per togliersi di torno l’altro speculare pelo superfluo nell’agone: il Pd di Renzi.
Salvini dovrebbe correre tale rischio, contando sulla paura e sulla disgregazione già in atto tra le fila dell’alleato, accelerandone l’inevitabile passaggio di una parte in quelle sue.
Salvini, dai, che aspetti, prendi la mira e spara al Caimano, rompi gli indugi. Non perché ci si aspetti il sol dell’avvenire da un futuro bipolarismo Lega vs Cinque Stelle, ma perché sono sempre di più gli elettori stufi, arcistufi, strastufi di dover continuare a sentir parlare o leggere di un signore che ha concorso a rovinare, con le sue televisioni e la sua corruzione da quattro soldi, l’antropologia dell’italiano, producendo derivati minori come quell’altro bullo che si crede statista: Matteo Renzi.

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Meglio alla francese

Le elezioni politiche italiane dello scorso 4 marzo hanno dato un risultato ampiamente scontato: l’ingovernabilità più completa del Paese. Questo ovviamente non ha sorpreso nessuno, ma tale risultato è dovuto solo in parte al cosidetto Rosatellum: è molto probabile infatti che si sarebbe presentato anche con la quasi totalità delle leggi elettorali che l’Italia ha avuto dal dopoguerra ad oggi.

La differenza è che, se nella Prima Repubblica esisteva un bipartitismo quasi perfetto o un bipolarismo nella Seconda Repubblica, oggi siamo in presenza di una maggiore disgregazione che rende impossibile un accordo di governo. Bisogna precisare che analoghe problematiche stanno caratterizzando anche altri Paesi europei, si pensi alla Germania e alla Spagna, le cui istituzioni prevedono un regime parlamentare.

Effettivamente sia Madrid che Berlino, pur essendo riuscite a formare un governo di coalizione, stanno valutando una riforma che possa correggere la disgregazione politica attuale, seppur la maggiore stabilità data dalla crescita economica sostenuta stia facendo ritardare qualsivoglia decisione in tale direzione.

In Italia invece è assai improbabile che si possa formare un governo di coalizione, dato che i tre gruppi presenti nel nuovo Parlamento sono politicamente assai distanti. Ciò rende improrogabile una riforma elettorale che vada nella direzione di una maggiore razionalizzazione delle forze parlamentari nell’ottica di una semplificazione legislativa e governativa

Esistono varie possibilità, dato che l’ingegneria legata alle leggi elettorali è pressoché infinita, tuttavia soltanto in un caso si otterrebbe la certezza assoluta di ottenere un vincitore e cioè attraverso una sistema simile a quello adottato dalla Francia. Il sistema francese prevede infatti due turni elettorali distinti e si risolve con la vittoria di uno dei due partiti di maggioranza relativa in base alla votazione del primo turno. Tale sistema, proposto da de Gaulle nel 1958 e votato a maggioranza assoluta mediante un referendum popolare, ha garantito alla Francia il regime più stabile in circa 200 anni di storia.

Ovviamente la Francia possiede un sistema politico differente, dato che è una Repubblica semipresidenziale, e non è possibile in Italia fare una riforma in tal direzione senza una previa modifica della Costituzione. Tuttavia è possibile produrre una legge elettorale maggioritaria che se non altro possa eliminare le maggiori storture presenti tra cui, senza dubbio, il potere eccessivo concesso ai piccoli partiti. Se osserviamo gli ultimi 20 anni infatti notiamo come i partiti minori abbiano costantemente posto una grande ipoteca sulla vita e la morte delle maggioranze parlamentari seguendo principalmente i propri calcoli di interesse.

Se si osserva la distribuzione dei seggi attuali si noterà che se la legge elettorale avesse previsto anche solo una soglia di sbarramento anche al 5% –  presente, tra l’altro, nella Costituzione tedesca -, avremmo avuto ben due partiti in meno in Parlamento, con benefici evidenti sulla formazione di una maggioranza parlamentare.

I benefici di una legge maggioritaria vanno inoltre ben al di là della stabilità governativa e riguardano le responsabilità politiche. Uno dei peggiori difetti del parlamentarismo nostrano è infatti da sempre il problema della responsabilità, in quanto le forze politiche presenti nei vari governi di coalizione hanno costantemente scaricato le colpe sugli alleati.

Ora, in Francia una simile pratica è materialmente impossibile in quanto il sistema a doppio turno prevede che sia solo un partito a vincere e quindi il governo sarà formato esclusivamente da membri di tale partito. Per quel che riguarda la democraticità, il sistema francese preserva la libertà di scelta dato che nel primo turno gli elettori possono scegliere in totale libertà il partito che sia più affine alle loro posizioni. Democraticità però non significa anarchia, prima o poi le scelte elettorali devono pur tradursi in qualcosa di concreto, motivo per cui nel secondo turno gli elettori sono chiamati nuovamente al voto. Questa volta essi dovranno scegliere tra i primi due partiti che hanno ottenuto più voti nel primo turno, dovendo quindi fare una scelta basata su chi dei due risulti meno lontano dalle proprie visioni politiche. Tale sistema coniuga quindi alla perfezione la libertà di scelta dell’elettore con l’obiettivo finale della politica che è quello di poter avere un governo certo che possa decidere assumendosi in modo esclusivo le responsabilità del proprio operato di fronte al corpo elettorale.

Ora, è quasi utopistico credere che l’attuale Parlamento italiano sia in grado di votare una nuova legge elettorale maggioritaria in quanto questo significherebbe, per alcuni partiti, firmare la propria condanna a morte. Ciò nonostante appare ormai improcrastinabile una legge che possa una volta per tutte porre un po’ di ordine e razionalità e che allo stesso tempo sia capace di consegnare al Paese un governo degno di questo nome. Ovviamente le pressioni contrarie non sono presenti soltanto a livello politico, ma risiedono anche in buona parte dell’opinione pubblica. È infatti opinione comune che il sistema proporzionale puro sia l’unico in grado di fotografare la realtà elettorale e che, quindi, sia il più democratico.

E’ indubbio che il sistema elettorale proporzionale sia il più adatto a trasmettere all’interno del Parlamento gli umori del momento del corpo elettorale, ma allo stesso tempo è anche affetto da molteplici controindicazioni. Una delle principali è senza dubbio il fatto che in tale sistema, a meno di casi ad oggi raramente riscontrabili, sia necessaria la formazione di un governo di coalizione. Nel caso in cui si presenti questa eventualità, accade che i partiti minori della maggioranza vengano ad ottenere un potere sproporzionato rispetto ai seggi ottenuti. Questo è possibile dato che le maggioranze risultano precarie e fragili e quindi costantemente sottoposte alle pressioni degli elementi di minoranza della coalizione. Risulta paradossale che il sistema proporzionale, generalmente etichettato come il più democratico, sia alla fine quello che invece premia i gruppi che hanno ottenuto meno consenso elettorale.

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Plagio di cittadinanza a Cinque Stelle

Di Maio e compagnia degli Onesti ci hanno voluto far credere che la proposta del reddito di cittadinanza, o Basic Income come amano definirlo, fosse una trovata originale del MoVimento 5 Stelle.

Ma le cose non stanno affatto così: i primi a proporla già agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso furono in realtà Toni Negri e i suoi compagni di Autonomia operaia.

Quella avanzata dal M5S – e che gli ha permesso furbescamente di vincere le elezioni sul territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie – è esattamente ricalcata su tale formulazione originaria, solo che ci sono voluti quasi 30 anni per farla diventare l’asse centrale di un programma governativo.
Una vittoria postuma di Negri & compagni, i quali pensavano che l’introduzione del Basic Income fosse la condizione necessaria per instaurare il comunismo nel XXI secolo. Non è un caso che l’ex professore padovano e Casaleggio concordano anche sul ruolo dell’Unione Europea, cioè che le Nazioni del vecchio continente debbano essere smantellate e tutti i poteri conferiti in mano a un organismo burocratico sovranazionale. Da cui seguirebbe, come logico corollario, la centralizzazione del potere su oltre 500 milioni di europei in mano a pochi oligarchi e un salario di Stato gentilmente elargito ai sudditi.
E voilà la schiavitù perfetta!

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Ha ragione Jean Claude Michéa!

La progressione del voto per il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione. La sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Quella che ancora oggi chiamiamo “sinistra” è nata da un patto difensivo contro la destra nazionalista, clericale e reazionaria, siglato all’alba del XX secolo tra le correnti maggioritarie del movimento socialista e le forze liberali e repubblicane che si rifacevano ai principi del 1789 e all’eredità dell’illuminismo, la quale include anche Adam Smith.

Come notò subito Rosa Luxemburg, era un’alleanza ambigua, che certo fino agli anni Sessanta ha reso possibili molte lotte emancipatrici, ma che, una volta eliminate le ultime vestigia dell’Ancien régime, non poteva che sfociare nella sconfitta di uno dei due alleati. È quello che è successo alla fine degli anni Settanta, quando l’intellighenzia di sinistra si è convinta che il progetto socialista fosse essenzialmente “totalitario”. Da qui il ripiegamento della sinistra europea sul liberalismo di Adam Smith e l’abbandono di ogni idea d’emancipazione dei lavoratori. L’ideologia progressista è fondata sulla credenza che esista un “senso della storia” e che ogni passo avanti costituisca un passo nella giusta direzione. Tale idea si è dimostrata globalmente efficace fintanto che si è trattato di combattere l’Ancien régime. Ma il capitalismo  –  basato su un’accumulazione del capitale che, come ha detto Marx, non conosce “alcun limite naturale né morale”  –  è un sistema dinamico che tende a colonizzare tutte le regioni del globo e tutte le sfere della vita umana. Focalizzandosi sulla lotta contro il “vecchio mondo” e le “forze del passato”, per il “progressismo” di sinistra è diventato sempre più difficile qualsiasi approccio critico della modernità liberale. Fino al punto di confondere l’idea che “non si può fermare il progresso” con l’idea che non si può fermare il capitalismo”. “Da quando la sinistra è convinta che l’unico orizzonte del nostro tempo sia il capitalismo, la sua politica economica è diventata indistinguibile da quella della destra liberale. Da qui, negli ultimi trent’anni, il tentativo di cercare il principio ultimo della sua differenza nel liberalismo culturale delle nuove classi medie. Vale a dire nella battaglia permanente combattuta dagli “agenti dominati della dominazione”, secondo la formula di André Gorz, contro tutti i “tabù” del passato.

La sinistra dimentica però che il capitalismo è “un fatto sociale” totale. E se la chiave del liberalismo economico, secondo Hayek, è il diritto di ciascuno di “produrre, vendere e comprare tutto ciò che può essere prodotto o venduto” (che si tratti di droghe, armi chimiche, servizi sessuali o “madri in affitto”), è chiaro che il capitalismo non accetterà alcun limite né tabù. Al contrario, tenderà, come dice Marx, a affondare tutti i valori umani “nelle acque ghiacciate del calcolo egoista””. Come scriveva Rosa Luxemburg nel 1913, la fase finale del capitalismo darà luogo a “un periodo di catastrofi”. Una definizione che si adatta perfettamente all’epoca nella quale stiamo entrando. Innanzitutto catastrofe morale e culturale, dato che nessuna comunità può sopravvivere solo sulla base del ciascuno per sé e dell’interesse personale. Quindi, catastrofe ecologica, perché l’idea di una crescita materiale infinita in un mondo finito è la più folle utopia che l’uomo abbia mai concepito. E infine catastrofe economica e finanziaria, perché l’accumulo mondializzato del capitale  –  la “crescita” –  sta per scontrarsi con quello che Marx chiamava il “limite interno”. Vale a dire la contraddizione tra il fatto che la fonte di ogni valore aggiunto  –  e dunque di ogni profitto  –  è sempre il lavoro vivo, e la tendenza del capitale ad accrescere la produttività sostituendo al lavoro vivo le macchine, i programmi e i robot.

Il fatto che le industrie del futuro creino pochi posti di lavoro conferma la tesi di Marx. La forza della critica socialista nasce proprio dall’aver compreso fin dal XIX secolo che un sistema sociale basato esclusivamente sulla ricerca del profitto privato conduce l’umanità in un vicolo cieco. Paradossalmente, la sinistra europea ha scelto di riconciliarsi con questo sistema sociale, considerando “arcaica” ogni critica radicale nei suoi confronti, proprio nel momento in cui questo comincia a incrinarsi da tutte le parti sotto il peso delle contraddizioni interne. Insomma, non poteva scommettere su un cavallo peggiore! Per questo oggi bisogna seguire il monito eretico dell’intellettuale dissidente francese Jean Claude Michéa: “è urgente pensare la sinistra contro la sinistra”.

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La variante populista ha vinto!

Per un Populista come me quella di ieri, Domenica 4 Marzo, è stata una giornata storica, una giornata da ricordare per diverse ragioni.

Prima di tutto l’establishment si era illuso che con la vittoria di Macron, la cosiddetta onda “populista”, alzatasi in occasione della Brexit e della vittoria di Trump, avesse esaurito la sua forza propulsiva. Il simultaneo successo del Movimento 5 Stelle e della Lega dimostra che non è così per una ragione molto semplice: quando il malcontento sociale è profondo e duraturo non basta un po’ di cosmesi per controllare l’elettorato. Il 55% degli italiani ha votato contro le forze che hanno governato fino ad oggi il Paese, contro i Monti, i Letta, i Renzi, i Gentiloni, ma anche contro Berlusconi, che, a quasi 82 anni, si è illuso di poter sedurre l’elettorato con le sue solite promesse.

Un’altra ragione riguarda il ruolo dei media, che hanno abdicato ancora una volta al proprio ruolo di cani da guardia della democrazia, prestandosi invece a manovre strumentali a sostegno dell’establishment. Durante tutta la campagna elettorale, le grandi testate si sono prodigate da un lato ad alimentare lo spettro di un inesistente rigurgito fascista, dall’altro a screditare il Movimento 5 Stelle, soffiando sul fuoco dello scandalo dei rimborsi e a oscurare l’incredibile seguito popolare di Matteo Salvini, che per due mesi ha riempito le piazze senza che i media lo dicessero; media che invece si sono scoperti improvvisamente e incredibilmente filoberlusconiani, perché il Cavaliere era indispensabile per realizzare il progetto di una “Grosse Koalition” tra Pd e Forza Italia. Il disegno era: fuoco sui 5 stelle, oscurare Salvini, esaltare Berlusconi; poi, quando il declino di Renzi, è parso evidente, hanno giocato la carta Bonino, sostenuta da ingenti quanto oscuri finanziamenti, peraltro tardivamente. Tutto inutile: i media mainstream sono i grandi sconfitti, al pari di Forza Italia e del Pd. Non c’è propaganda che tenga quando il malessere è davvero profondo.

L’ultima ragione ci dice che Salvini ha vinto perché ha saputo moderare i toni, dimostrando di non essere un pericoloso estremista, ma un vero leader politico anche per la precisione e la concretezza con cui ha saputo interpretare le preoccupazioni reali di un’Italia moderata, che fino a ieri si identificava solo in Berlusconi e che oggi si riconosce in lui. Anche Di Maio ha cambiato la percezione del Movimento, che non spaventa più l’italiano medio, cementando il percorso iniziato cinque anni fa, sebbene la sua dimensione politica sia profondamente cambiata.

Naturalmente non sarà facile dare vita a una coalizione di governo. Io personalmente spero in un’alleanza Salvini-Di Maio, che, se sostenuta da un programma di governo davvero innovativo, darebbe non pochi grattacapi a Bruxelles, iniziando un processo di democratizzazione dell’Unione Europea oramai irreversibile e urgente. Di certo una pagina politica straordinaria è stata girata ieri: l’era di Renzusconi è finita per sempre.

E guai se a Bruxelles, nei laboratori della Troika, qualcuno proverà a ridare vita artificiale al mostro del Nazareno!

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Nel mio Pantheon occupa un posto privilegiato…

Mi riferisco a Corto Maltese, il marinaio nato dalla geniale mente e dalla sublime pennellata di Hugo Pratt, l’emblema fumettistico ed insieme letterario di un certo tipo di avventura: quella della ricerca continua di sé stessi. Dietro le rocambolesche imprese del marinaio de La Valletta c’è tutta l’incompiutezza dell’uomo moderno, tutte le sue ansie e le sue paure, ma allo stesso tempo la sua fame di avventura, la voglia di dare un senso alla propria vita, l’idea di dover “fare la storia” in prima persona. Nell’epoca della modernità trionfante, dell’avvento della società di massa e dell’Europa imperiale Corto Maltese fa una scelta “antimoderna” e romantica, quella della pirateria negli anni in cui i pirati non esistono più. Potrebbe conformarsi alla società, sprofondare nella massa informe, ma non lo fa; rischia di finire inghiottito dagli eventi eppure sopravvive sempre e lo fa da protagonista. Corto Maltese attraversa l’Europa scossa dalla guerra e dalla rivoluzione bolscevica in cerca di tesori ma in realtà in cerca della propria libertà. Ricerca futile, non la troverà nemmeno tra le tranquille isole del Pacifico, ma è comunque un viaggio che ha un significato importante che travalica lo scopo finale; come a dire che è il viaggio che conta non tanto la meta.      Corto Maltese piace tanto sia alla destra che a sinistra libertaria proprio perché individualista ed anarchico. L’anarchismo di Corto Maltese non è mai distruttivo, non è contrario alle leggi sociali che regolano la vita nel mondo ma è legato alla sua visione della società che non può essere “politicizzata” ma è prima di tutto metapolitica, risponde all’istinto individuale prima che a quello collettivo: Corto Maltese è anarchico perché non si riconosce nel mondo moderno, in quel preciso tipo di mondo in cui non ha punti di riferimento se non la propria libertà che diventa il rifugio interiore incorruttibile. Forse il marinaio di Pratt piace così tanto perché ognuno di noi è di destra e di sinistra “a modo suo” senza dottrine codificate, specie al giorno d’oggi in cui le ideologie del secolo scorso sono tramontate. Ecco, forse in Corto Maltese qualcuno di noi ha riconosciuto al primo impatto un “commilitone” nella battaglia politica ed un “compagno” con cui affrontare il proprio viaggio interiore. In quel marinaio con l’aspetto da dandy d’altri tempi più di qualcuno ha potuto rivedere sé stesso. Questo è il grande segreto di Corto Maltese, il suo enigma sta proprio nel fatto di conoscerlo appieno ed al contempo nel non conoscerlo affatto, un po’ come accade con sé stessi. Allora forse Corto Maltese, eroe né di destra né di sinistra, è però un eroe antimoderno per tempi ultramoderni. È l’eroe di chi alla massa si sente estraneo e non vuole finirci dentro con tutte le scarpe, è l’eroe di chi non ha rinunciato al proprio ruolo di “cercatore”, è l’eroe di chi sfoglia vecchie pagine d’altri tempi nei mari burrascosi d’oggi, per trovare una stella polare cui orientarsi…

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Potere al popolo?

Potere al popolo! Quindi sicuramente ci sarà un quinto polo, quello della sinistra antagonista, anticapitalista, antieuropeista. Almeno so per chi votare, visto che i Cinque Stelle stanno dimostrando di essere un movimento tutt’altro che antisistema e forse per questo il rivoluzionario Di Battista ha deciso di non candidarsi più. Ma la legge elettorale appena approvata inciderà decisivamente: non vincerà nessuno e come ci si arriva lo decide la campagna elettorale. Dunque, quale campagna ci aspetta con il Rosatellum bis? Innanzitutto l’argomento forte sarà il voto utile. È un argomento che pesa, soprattutto negli ultimi minuti di una campagna elettorale, in cui tanti decidono chi votare. Ma dipende dallo scenario della competizione. Il Pd è allo stato il terzo partito, con la prospettiva di vincere relativamente pochi seggi uninominali. Che il Pd più frammenti di centro e la scheggia Pisapia ne vinca il 25/30% è solo un miraggio.  Ne vincerà pochi o nessuno al Nord, se li dividerà con i maggiori competitors al Centro, e rimane nell’incertezza al Sud. Il voto siciliano è significativo perché la debolezza Pd che lo ha generato si conferma in tutto il Mezzogiorno, salvo eccezioni tipo la Puglia dove il populista paraculo Emiliano porterà in dote a Renzi i voti di chi è antirenziano. In questo contesto, il voto utile servirà al centrodestra e ai Cinque Stelle contro il Pd. Mentre recherà poco o nessun danno alla sinistra unita, che correndo da sola sa di non mirare alla vittoria nei collegi uninominali.

Altro aspetto non meno rilevante della campagna elettorale è il bacino elettorale. Il Pd di oggi è un partito moderato e di centro. Leggi come Jobs act, buona scuola, voucher, trivelle, l’aumento esponenziale delle diseguaglianze, la precarietà, la crescente divaricazione territoriale non sono incidenti di percorso. Sono il Dna di un partito che arriva tardi all’appuntamento con la storia. Un aborto politico espressione di un tempo bipolare in cui si vinceva al centro dello schieramento politico, e dunque il moderatismo era d’obbligo. Ma non è più così, in Italia come all’estero. Nel tempo che rimane il Pd non riuscirà a invertire la rotta: i molti giorni di governo pesano troppo. E poi come potrebbe quando la ex Margherita è egemone nella poca organizzazione rimasta, il segretario è un ex boy scout, e i sodali trovati per strada si chiamano Verdini e Alfano? Questo vuol dire che una nuova sinistra nasce forte solo recuperando il non voto e convincendo i giovani, non grattando qualche fondo di barile nel bacino elettorale Pd. E che al di là del voto e delle liste l’obiettivo di un nuovo soggetto politico è realistico e necessario.

E poi ci sono i temi e i linguaggi. Il centrodestra ha il copyright per la paura e l’egoismo economico, M5S per la protesta, il Pd rincorre il centrodestra. La sinistra ha come parole d’ordine il lavoro, l’eguaglianza, i diritti, e come approccio il disfare, correggere, riorientare quel che ha fatto il renzismo. Ci può essere una gradazione nei toni, ma non nella sostanza. Il messaggio è una radicalità ragionata e non velleitaria, volta a una effettiva inversione di rotta e non alla mera e inutile testimonianza.

Ultimo le candidature. Il collegio impone, anche per la quota proporzionale, candidature con il radicamento e la visibilità indispensabili a raccogliere voti. Le facce nuove sono essenziali, ma di quelle antiche che abbiano un effettivo e comprovato consenso bisognerà tener conto. Questo anche perché in larga parte del paese il Pd di oggi è essenzialmente un arcipelago di amministratori regionali e locali, che misureranno la propria cifra nel partito presentando liste personali, candidandosi, sostenendo candidature. Vanno contrastati da chi vive e conosce il territorio. E prepariamoci comunque alle fritture di pesce e ai servetti scemi in divisa pronti a fare multe a chi non vota PD…

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DiEM 25, è arrivato il momento di cogliere l’attimo…

La crisi nella quale versa la sinistra europea non è soltanto una crisi politica, essa è anche, e soprattutto, la crisi della sua stessa base sociale. Più largamente, la crisi della sinistra coincide con quella della società, ossia dello spazio comune che garantisce la coesistenza degli individui. Restaurare una politica progressista significa dunque restaurare la società in quanto tale. Per fare ciò, è necessario ricostituire sia i partiti della sinistra che la loro base sociale.
Ciononostante, ciò non potrà avvenire semplicemente recuperando il passato. È dunque necessario prendere atto della morte della sinistra storica, senza abbandonarne né gli ideali, né le aspirazioni. La storica sconfitta subita dall’SPD alle ultime elezioni federali potrebbe aver segnato la fine del quadro politico che ha contraddistinto le società europee sin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale.
Un tale quadro si reggeva su due pilastri, ossia un polo socialdemocratico e un polo conservatore. Questi due poli erano in competizione per il governo e incarnavano dunque delle opzioni politiche chiaramente distinguibili, sebbene si accordassero sui principi fondamentali della democrazia liberale e capitalista. Ciononostante, il primo di questi due pilastri è ora sul punto di sgretolarsi, favorendo così l’avanzata di partiti nazional-populisti. Tali partiti sono infatti riusciti a fare presa su dei gruppi sociali e demografici che avevano storicamente sostenuto non soltanto i socialdemocratici, ma la sinistra in generale, come, ad esempio, gli operai, gli studenti, il pubblico impiego o i segmenti più giovani dell’elettorato.
La crisi dei partiti socialdemocratici non è altro che la punta dell’iceberg, la cui base consiste precisamente nella crisi di tutta la sinistra, che va dalla socialdemocrazia classica fino ai partiti verdi e post o neocomunisti. Ma tale crisi non è esclusivamente politica, poiché essa tocca la base sociale stessa dei partiti progressisti.
Simili conclusioni sono ulteriormente corroborate dai risultati delle ultime elezioni parlamentari austriache: il blocco delle destre ha ottenuto il 57,5% dei voti, ossia 103 deputati su 183. L’Austria ha dunque eletto il parlamento più a destra del dopoguerra. Inoltre, dei settori non marginali della sinistra austriaca hanno assecondato la retorica populista e i sentimenti xenofobi che stavano permeando il discorso pubblico, come, ad esempio, il Partito socialdemocratico d’Austria (SPÖ) e la neonata “Lista Pilz”; più a sinistra, i Verdi austriaci non sono riusciti a superare lo sbarramento del 4%, e non hanno dunque eletto alcun deputato, mentre l’alleanza stretta dal Partito comunista d’Austria (KPÖ), dall’ex movimento giovanile dei Verdi e da vari indipendenti di sinistra ha ottenuto meno dell’1% dei voti.
Che fare, dunque? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere la natura delle relazioni che hanno legato i partiti della sinistra alla loro base sociale. Storicamente, i partiti socialdemocratici, comunisti e verdi sono sempre nati come emanazioni politiche di vigorosi movimenti sociali: sindacati, associazioni mutualistiche operaie, società cooperative, comunità religiose, organizzazioni ecologiste, movimenti anticolonialisti, femministi, per i diritti civili e per quelli delle persone LGBTQ. Tali movimenti non si sono limitati a alimentare la dinamica elettorale dei partiti progressisti, ma hanno pure costruito delle vaste reti sociali, che hanno permesso a coloro che si vedevano privati dei propri diritti di socializzare e di prendere in mano le proprie vite.
Di conseguenza, la crisi della sinistra politica non è altro che l’atto conclusivo d’una tragedia cominciata verso la fine degli anni ’70, il cui senso profondo può essere riassunto dalle parole di Margaret Thatcher: “Come sapete, la società non esiste”. Come osserva lo storico Tony Judt nel suo saggio Guasto è il mondo “ciò a cui abbiamo assistito è stato il trasferimento progressivo di responsabilità pubbliche al settore privato, senza alcun beneficio apprezzabile per la collettività”, il che ha comportato “una difficoltà crescente a comprendere ciò che abbiamo in comune con gli altri”. Ne consegue che restaurare una politica progressista significa restaurare la società in quanto tale, concepita come lo spazio comune nel quale gli individui possano far valere il proprio diritto a una vita buona e dignitosa, grazie alla libera associazione e al sostegno delle istituzioni pubbliche. Ciononostante, quali forze potrebbero essere in grado di raggiungere un obiettivo simile? E in che modo?
Le forze progressiste oggi esistenti sembrano non essere all’altezza di un tale compito. I partiti comunisti occidentali avevano perso una buona parte della propria base sociale ancor prima d’essere sepolti dalla caduta del muro di Berlino. Ad oggi, o sono stati completamente marginalizzati, come il Partito comunista francese, o si sono allontanati dal campo della sinistra, come gli eredi del Partito comunista italiano . Quanto ai Verdi, essi hanno rappresentato una speranza di rinnovamento per i movimenti politici progressisti lungo tutti gli anni ’80 e ’90, ispirata anche da nuove forme d’impegno civico. Ciò detto, hanno progressivamente abbandonato le loro radici “alternative”, al fine d’integrarsi completamente nel contesto delle istituzioni esistenti, come dimostrato dalle traiettorie dei Verdi tedeschi e austriaci.
I partiti socialdemocratici hanno a lungo rappresentato il faro dei movimenti politici progressisti in tutta l’Europa occidentale, contribuendo a creare lo stato sociale così come lo conosciamo oggi. Per una strana ironia del destino, negli ultimi due decenni, questi stessi partiti hanno ricoperto un ruolo fondamentale nello smantellamento del sistema che avevano costruito. Ciononostante, la caduta dei partiti socialdemocratici non può essere esclusivamente ricondotta al tradimento delle loro élite. Al contrario, essa è il risultato di due difficoltà strutturali del compromesso fra capitale e lavoro che questi partiti hanno promosso.
Benché gli ideali morali che hanno ispirato la socialdemocrazia possano senza dubbio rivelarsi utili al fine di restaurare la società, le forze politiche e sociali che hanno incarnato tali ideali sono ormai morte, o in agonia. La rinascita della sinistra necessita dunque d’una nuova forma di movimento politico, che sia capace d’imparare le lezioni della storia. Fra queste, due sono particolarmente importanti. Da un lato, l’azione politica deve essere legata a un pensiero innovativo. Dall’altro, la distanza fra l’azione politica e l’azione sociale deve essere colmata grazie alla partecipazione attiva e alla condivisione delle responsabilità. Un movimento di tale natura dovrà dunque dare una risposta non soltanto alla domanda “che fare?”, ma anche a quella “come farlo?”, ovvero al problema dell’organizzazione in quanto tale.
Tre parole d’ordine sono essenziali a questo proposito. La prima è “prossimità”, poiché questo nuovo movimento avrà bisogno di costituire una base sociale che sia la più ampia possibile, senza rinunciare a dare il proprio apporto ad altri movimenti, che condividono i suoi stessi obiettivi. La seconda è “comunicazione”, perché questo nuovo movimento dovrà, allo stesso tempo, diffondere più largamente possibile i propri valori e le proprie proposte politiche, associando l’attivismo nei media, vecchi e nuovi, a quello nelle strade, così come al porta a porta e a nuove forme d’azione politica. La terza è “partecipazione elettorale”, che, nel contesto d’uno stato democratico, costituisce uno strumento necessario a definire e a rovesciare i rapporti di forza esistenti fra differenti gruppi sociali.  Si potrebbe dedurne che la fase della prossimità e quella della comunicazione dovrebbero essere prioritarie rispetto a quella della partecipazione elettorale.
Ciononostante, come ci insegna Machiavelli, l’azione politica non è altro che il risultato d’una lotta fra la volontà di soggetti politici concreti e delle condizioni mutevoli che quest’ultimi non sono in grado di scegliere. In questa lotta, la scelta dei tempi è essenziale, ancor più in un momento storico in cui le finestre d’opportunità si aprono e si chiudono molto rapidamente.
DiEM25, il movimento di Yanis Varoufakis, nato a Berlino, nel Febbraio del 2016, corrisponde perfettamente al profilo del movimento politico di cui i nostri tempi hanno bisogno: ha promosso e condiviso delle proposte di rinnovamento dell’Europa che sono, allo stesso tempo, innovative e credibili, senza rinunciare a favorire la partecipazione attiva di cittadini impegnati. Ha fatto dei progressi concreti nella costruzione della base sociale di cui questo nuovo movimento necessita. Ciononostante, tali sforzi rischiano d’essere vanificati, a meno che non si riesca a trovare un veicolo politico e elettorale che sia adatto alle sue idee e alle sue azioni. È per questo motivo che la proposta di creare un’ala elettorale, avanzata dal Collettivo di Coordinamento, dovrebbe essere accolta, almeno nelle sue grandi linee, visto che riconosce la necessità di costituire un veicolo elettorale che sia strettamente legato a una base sociale e a un movimento politico più vasto, ovvero la necessità di costituire molto più che un partito politico tradizionale.
Ma ciò che più importa è il fatto che questa proposta riconosca la necessità di fare un passo così cruciale esattamente al “momento giusto”, considerate le condizioni nelle quali ci ritroviamo. L’attimo è giunto, bisogna saperlo cogliere…

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Basta Euro! Basta Ue! Basta Nato!

Perché bisogna uscire dall’Euro, dall’Unione Europea e dalla Nato?  Intanto perché la moneta unica ha soltanto facilitato un’Europa a trazione germanocentrica. La Germania ha affrontato con successo la crisi dell’Eurozona. In Europa si è formato un centro, rappresentato dalla Germania, e più nello specifico dal complesso industriale tedesco. Soprattutto il settore automobilistico e chimico, che è molto focalizzato nell’esportazione. Attorno a questo centro si stano formando una serie di periferie. All’inizio della crisi nell’Eurozona si parlava di una sola periferia. Ed era corretto. Ora invece esistono più periferie. E in questo l’Italia è importante, perché si trova a metà strada tra questo nuovo centro e le periferie. L’Italia sta ancora soffrendo la crisi, ma è anche l’unico paese in Europa che ha un complesso industriale che può competere con la Germania. Molto più della Francia che ha distrutto le sue industrie e ha sofferto un profondo processo di finanziarizzazione dell’economia negli ultimi decenni.
Esistono due tipi di periferie, una è quella dei satelliti della Germania, si tratta di Paesi che possono fare parte dell’Euro o no, come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e parte dell’Austria. Paesi che sono collegati direttamente al processo industriale tedesco. Questo è il centro produttore europeo. Che sta iniziando ad attrarre altri paesi come la Romania e l’Ungheria. L’economia di questi paesi dipende sempre di più da come funziona il settore automobilistico tedesco.

L’altra periferia è quella del sud: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, una parte dell’Italia. Sono paesi che dispongono di un forte settore pubblico, hanno alti livelli di disoccupazione, sono economicamente poco competitivi e non hanno una struttura industriale che possa competere a livello internazionale. E, dato importante, sono membri dell’Euro. Che è la ragione per cui non sono competitivi. Il loro ruolo è quello di fornire mano d’opera alle industrie tedesche.
E’ la Francia? Il ruolo della Francia in questa “nuova” Europa è quello di essere un paese del centro, ma non ha la forza industriale per competere con la Germania. Ha perso la partita con i tedeschi all’interno dell’Euro. A medio o lungo termine sarà subordinata alla Germania. La Francia tuttavia rimane un Paese potente, ma che cosa potrà fare Macron per competere economicamente con la Germania? Potrà anche stringere migliori rapporti con Merkel rispetto a Hollande o rinforzare la presenza militare francese nel mondo, ma non cambierà nulla. Per di più il suo programma economico contiene esattamente ciò che vogliono i tedeschi: salari più bassi, riforma del lavoro, privatizzazioni. L’unica speranza per la Francia in questo contesto è rafforzare il suo sistema finanziario è lì che ha dei vantaggi importanti. Ecco spiegato il perché di un banchiere all’Eliseo!
Chi ancora crede che l’Euro sia stato in qualche modo un fattore di protezione dell’Europa o non ha capito nulla di quel che è successo negli ultimi anni o è completamente ossessionato dall’Euro. L’Euro è stato un disastro per la capacità dell’economia europea di affrontare lo shock della Grande Crisi del 2007-2009. Ha ingigantito i suoi effetti, ha aggiunto altri problemi e ha devastato ogni settore dell’economia. L’Euro è stato un fallimento totale in questo senso.

Bisognerebbe piuttosto riflettere sul fatto che l’Euro ha permesso alla Germania di trasformarsi nel paese dominante in Europa. Questo è il vero significato dell’Euro. La moneta unica ha permesso a Berlino di dominare il mercato europeo e di convertirsi in un paese esportatore a livello globale capace di penetrare nel mercato cinese o in quello statunitense. E di convertirsi in proprietaria di asset finanziari. I risultati che ha dato l’Euro sono esattamente il contrario di quello che ci si aspettava.
E la Brexit è stata in un certo senso una reazione alla trasformazione dell’UE in un’istituzione che protegge e maschera il potere tedesco. Una reazione causata dalla perdita di sovranità. È importante perché segnala una risposta che viene dal basso al nuovo potere che sta emergendo in Europa. La volontà di separarsi da questo nuovo impero. Le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo in quest’ultimo anno mostrano quanto ciò sia difficile. Ma guai a sottovalutare la forza del capitalismo britannico: in Europa ci sono solo tre capitali che contano: Mosca, Berlino e Londra. E Londra lo sa!
In Grecia Syriza pensava ingenuamente che, vincendo le elezioni e governando la Grecia, poteva cambiare la UE da dentro. E Tsipras ha fallito. E non perché la Grecia è un piccolo paese. Probabilmente sarebbe stato lo stesso per qualunque governo di sinistra in Spagna o in Italia. Rispetto a qualche anno fa, però, ora si è capito perché le cose sono andate così, appunto per la nascita di una nuova struttura di centro-periferia in Europa, con un centro che domina e che non permette nessuna dissidenza. Chi da sinistra vuole davvero cambiare le cose deve iniziare a combattere le istituzioni europee e a crearne di nuove, ma prima bisogna uscire da questa Eurozona!
I corpi transnazionali dell’Unione Europea lavorano contro gli interessi dei lavoratori e dei governi di sinistra e mantengono la gerarchia esistente in Europa. Sono questioni cruciali perché vanno al cuore di cosa può essere il socialismo. A questo deve aggiungersi un programma economico anti-neoliberale e anticapitalista: nazionalizzare la banca, potenziare gli investimenti pubblici, rafforzare il Welfare State. Se si pensa che si possano raggiungere questi obiettivi cambiando l’UE, significa che non si è capito nulla di ciò che è successo negli ultimi dieci anni. È impossibile. Bisogna combattere i meccanismi dell’Unione Europea e il potere della Germania.
Il progetto di Unione Europea si trova a fare i conti con la crisi e la competizione globale,  utilizzando le misure di austerity per scaricare tutte le conseguenze di queste contraddizioni sui lavoratori e i settori popolari, negando ogni autodeterminazione dei popoli sul loro futuro.

In molti paesi si vanno sviluppando movimenti popolari e democratici che si battono contro il lavoro flessibile e per l’aumento dei salari, dicono basta con i diktat delle istituzioni politiche e finanziarie, chiedono il ripudio del debito, il superamento dell’Unione Europea, l’uscita dalla gabbia dell’euro e dalla Nato, lo stop ai negoziati del Ttip. In alcuni paesi questi movimenti sono espressione delle forze progressiste, dei sindacati e dei movimenti sociali, in altri sono invece i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Ma i primi hanno come obiettivo la giustizia e l’emancipazione sociale, i secondi la guerra tra i poveri e contro i più deboli.

E’ giunto il tempo di collegare le forze politiche, sociali, sindacali e antifasciste,  intorno a soluzioni alternative rispetto a quelle misure antipopolari e antidemocratiche imposte dalle oligarchie e dall’Unione Europea in un clima dove più pericolose si fanno le tendenze alla guerra. Le forze di classe e progressiste dei paesi euromediterranei,  più devastati dai diktat imposti da Ue, Bce, Fmi e Nato, devono collegarsi a agire comunemente: per uscire dalla gabbia dell’euro; per superare l’Unione Europea costruita sull’Europa dalle classi dominanti; per uscire dalla Nato; per bloccare definitivamente il Ttip.

Per dare un futuro di pace e benessere ai nostri figli!

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Piddini avvisati…

Un certo Alcide De Gasperi, statista democristiano al quale non vanno certo le mie simpatie politiche, scriveva ai suoi colleghi politici: “Badate che nella vita pubblica non importerà tanto quello che voi direte, ma quello che voi sarete, e se dimostrerete sempre una grande coerenza tra le nostre idee e il vostro comportamento, non solo nelle cerimonie e nei comizi, ma nella vita familiare, nella vita privata, nella vita di relazione”.
Non dicano insomma i nipotini piddini di Roma, di Bari e di Galasmile che i loro avi di Piazza del Gesù non li avessero avvisati…
In questi 60 anni chi lo ha ascoltato? In pochissimi, tra i politici di oggi, ma anche tra noi cittadini, che in qualche modo li abbiamo scelti, tollerati, molto spesso lusingati e idolatrati oltremodo…
Ma i tempi sono cambiati, finalmente, e sono in molti, adesso, quegli elettori attenti e smaliziati che questi cali di tensione li notano e si ricordano bene le promesse urlate dai palchi e documentate sui social, ma disattese clamorosamente il giorno dopo.
I cittadini hanno imparato a segnare il conto, quello che presentato tutto insieme al momento opportuno manderà a quel paese, in default, un’intera classe dirigente serva della finanza, incapace di progetti a lungo termine, che tira a campare e che cerca rimedio nell’unico modo che conosce: trovando le solite scorciatoie demagogiche…de_gasperi