Dissento, dunque esisto

Shakespeare, nel Giulio Cesare, fa dire a Cassio: «La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi, se restiamo degli schiavi». Mentre per Jünger il ribelle non contempla gli astri, ma ribalta il cielo, facendo del suolo e del presente il campo stellato della sua lotta: «È deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata».

La forma del mondo, oggi, è la merce:ogni cosa è acquistabile su Amazon, ogni vita è visibile su Istagram, vendibile al miglior offerente. La forma mentis dell’uomo di oggi è il pensare il mondo come merce, come il solo mondo possibile; si adatta in maniera conformistica, accetta l’esistente invece di criticarlo ed emendarlo.

Come uno zombie, inebetito, vede tramontare la capacità di pensare un panorama diverso rispetto a quello tecno-economico. L’uomo non dice «no», non tanto per mancanza di coraggio o forza, ma perché è incapace di pensare altrimenti. L’uomo è come la macchina del capitale: automatico e fatalista. Mentre la vita lo abbandona, docile e passivo esegue il suo compito, le sue operazioni: fino a quando, antiquato, lento, inefficiente e superato, sarà gettato nella discarica degli inutili e dei falliti.

Sono sempre più rari coloro che non accettano questo orizzonte vuoto di senso e pieno di stelle plastificate, quelli che, come il Bartleby di Melville, dicono: «No». Molti intellettuali preferiscono albergare nelle calde stanze del Grand Hotel Abisso, dove tra festival culturali e gang bang fanno intrattenimento a vita bassa, non per sembrare alla moda, ma per vendersi più comodamente all’ordine dominante. Fedeli sacerdoti al servizio del Pensiero unico neoliberista.

Occorre delineare un pensiero altro rispetto al cattivo vangelo tecno-mercatista. Adottare come Camus un pensiero in rivolta per continuare ad esistere: dissidente, critico dell’ideologia finanziaria e del carattere spesso illusorio delle democrazie occidentali, sostenitore della supremazia dello stato sul mercato, delle libere nazioni contro la dittatura eurocratica e una dispotica globalizzazione.

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Metapolitica

Anche se il redivivo Veltroni ci sta provando, oggi il divario tra destra e sinistra tende a perdere qualsiasi significato. Una tale contrapposizione permane nel linguaggio corrente dei media sotto l’influenza del gioco parlamentare e della politica istituzionale, ma nel momento in cui si cerca di chiarirne il senso esatto, si finisce sempre di più in un vicolo cieco.

Già da un punto di vista storico vi sono sempre state non una destra e una sinistra, al singolare, ma delle destre e delle sinistre, al plurale. I politologi si sono spesso domandati se tutte queste destre e queste sinistre potessero essere ridotte ad un denominatore comune, ma non sono mai pervenuti a identificarlo.

Spesso si fa risalire il divario tra destra e sinistra all’epoca della Rivoluzione Francese. In realtà, è soltanto a partire dalla fine del XIX secolo che questi due termini hanno invaso la mentalità pubblica: non sarebbe mai venuto in mente a Karl Marx, per fare un esempio, di definirsi ≪uomo di sinistra≫!

Durante tutto il XX secolo abbiamo visto prodursi un po’ dappertutto delle contrapposizioni tra destra e sinistra, ma queste hanno avuto caratteristiche molto differenti a seconda dei periodi e dei paesi. Non si dimentichi, infine, che le parole ≪sinistra≫ e ≪destra≫ sono state impiegate sempre piu frequentemente nei paesi latini piuttosto che in quelli anglosassoni, dove invece si è preferito riferirsi alla dicotomia fra conservatori e liberali, repubblicani e democratici.

In un’ottica metapolitica non ci si preoccupa di sapere qual è l’origine di un’idea in termini di topologia politica. Davvero ridicolo il fatto che uomini ≪di destra≫ difendano idee ≪di destra≫ per il solo fatto di crederle ≪di destra≫, al pari di certi uomini ≪di sinistra≫ che parteggiano per idee ≪di sinistra≫ per il solo motivo di crederle ≪di sinistra≫.

Errore che ho commesso anche io per decenni, ma adesso ciò che mi interessa di un’idea non è sapere se sia ≪di destra≫ o ≪di sinistra≫, quanto piuttosto il suo essere giusta o sbagliata, ma non è che una questione di metodo intellettuale.

Uno dei tratti che mostrano che siamo entrati in una nuova epoca è che tutti i grandi avvenimenti politici e storico-sociali di questi ultimi anni hanno rivelato nuove fratture. La costruzione dell’Europa ha generato europeisti ed euroscettici, sia di destra che di sinistra. Le guerre condotte contro la ex-Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan ecc., hanno conosciuto partigiani e avversari tanto di destra quanto di sinistra. Potremmo citare ulteriori esempi di tale sorta, atti a mostrare che le nuove divisioni che stanno apparendo vedono opporsi non più destra e sinistra ma, ad esempio, globalisti e sovranisti, élite e cittadini, quelli che stanno sotto contro quelli di sopra

Basta recarsi in libreria e vedere come la maggior parte delle opere che affollano le librerie vanno del resto già al di là della contrapposizione destra vs sinistra, dettaglio, questo, assai significativo…

 

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Il Bignami dell’opposizione di sinistra ai populisti al governo

Un breve riassunto, stile Bignami, dell’opposizione di sinistra al governo populista dei 5 Stelle – Lega:
– Opposizione alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’economia (perché l’Euro non si discute).
– Opposizione alla rimessa in discussione del Trattato di Dublino (sia mai che l’Italia inizi ad esigere che anche gli altri paesi partecipino alla gestione dell’emergenza immigrati)
– Opposizione al Decreto Dignità (perché i diritti dei lavoratori, si sa, fanno male alla finanz… ehm, ai lavoratori stessi)
– Accusa a Salvini di essere il mandante morale del lancio di uova contro Daisy Osakue (per poi scoprire che i colpevoli erano figli di un consigliere del PD)
– Accusa a Conte di aver detto che i vigili del fuoco salvano la vita, dimenticandosi di dire che lo fanno anche le vigilesse (accusa venuta da CGILvigilidelfuoco, che dovrebbe a questo punto chiamarsi CGILvigilivigilessedelfuoc*)
– Opposizione alla nazionalizzazione delle autostrade e difesa degli interessi multimilionari della famiglia Benetton
– Attacco a Salvini per il selfie al funerale di stato (quando Renzi, nemmeno 2 anni fa, ha fatto la stessa cosa alla camera ardente della compagna partigiana Tina Anselmi)

Prima la Costituzione

Agli inizi degli anni Novanta il nostro rapporto debito pubblico/Pil era intorno al 120%, causa non le politiche clientelistiche degli anni Ottanta, bensì lo scellerato divorzio Tesoro-Bankitalia, deciso nel 1981 da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, rispettivamente all’epoca ministro del Tesoro e governatore di Bankitalia. In dieci anni il debito pubblico schizzò alle stelle a causa degli interessi, ma per poter entrare nella gabbia dell’eurozona occorreva abbattere il rapporto debito pubblico/Pil. Ed ecco la trovata delle privatizzazioni, avviate dal primo governo Prodi (1996-1998) e – per quanto riguarda le autostrade – completate nel 1999 dal governo D’Alema (1998-2000). Il rapporto debito pubblico/Pil scese intorno al 100% e così avevamo fatto bene i compiti per adottare la moneta unica. All’inizio tutti felici e contenti. Poi nei decenni ci siamo accorti che l’euro era una truffa e talvolta piangendo i morti come in questi giorni, che non esiste privato che faccia gli interessi generali, anche perché i prezzi delle tariffe sono aumentati di molto, mentre la sicurezza e la manutenzione non sono state garantite.

Rispetto agli anni Novanta la storia d’Italia e del mondo intero è però cambiata. La globalizzazione sfrenata ha avuto una forte battuta d’arresto e i popoli hanno deciso di “ritornare” a difendere gli Stati nazionali. “Corsi e ricorsi” storici avrebbe detto il buon Giambattista Vico e allora si abbia il coraggio di “ritornare” alle autostrade pubbliche. La Costituzione lo consente all’articolo 43: “Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Nel “contratto di governo” M5s-Lega c’è l’obiettivo specifico di ripristinare la prevalenza della nostra Costituzione sul diritto dell’Unione europea. Si porti quindi in esecuzione il “contratto” e si riaffermi la preminenza della Costituzione sulle speculazioni dei privati e sulle regole della Ue in materia di concorrenza e di privatizzazioni.

Caro privato

La deriva neoliberista e l’assalto al patrimonio collettivo, incluso quello fornito da madre natura con l’acqua e col suolo, in Italia ha radici relativamente lontane. La storia parte dal Prodi degli anni Ottanta e dallo smantellamento dell’IRI, ma ha il suo vero epicentro nel Britannia del 1992.

Tutto inizia su un panfilo, di proprietà della regina Elisabetta II, ormeggiato in rada tra Civitavecchia e l’Argentario, affittato per l’occasione a un centinaio di banchieri filantropi, tra cui manager di Goldman Sachs, Barclays e il compagno speculatore George Soros.
In mezza giornata si posero le basi affinché gli astanti Carlo Azeglio Ciampi, in illo tempore capo del Governo, e l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi avviassero le privatizzazioni delle aziende di Stato, dei beni comuni e delle banche pubbliche.
Non ci fu il tempo materiale per discutere i dettagli di tutte le operazioni, ma si diede il segnale di semaforo verde.
Così società pubbliche come la Sip vennero spolpate da capitani coraggiosi per finire di mano in mano agli stranieri, i beni della collettività, cresciuti con il lavoro degli italiani e con le tasse dei nostri genitori, venivano dunque destinati alle mani dei privati. Era il 2 giugno, festa della Repubblica. A proposito di sovranità…
La fortuna della famiglia Benetton con le autostrade è parente delle logiche teconocratiche-politiche-affaristiche del Britannia. La concessione di tremila chilometri di rete autostradale alla famiglia Benetton fu un vero e proprio regalo: un patrimonio pubblico di 150 miliardi è stato dato in gestione a un privato senza considerevoli contropartite se non l’impegno a provvedere ai lavori di manutenzione e di ammodernamento delle tratte.
Non è tutto, la collettività versa a Luciano Benetton anche tremila euro al mese per i suoi due anni scarsi come parlamentare del Partito repubblicano italiano. Premio per le sue qualità di tecnico nel “tessere” relazioni politiche utili alla stagione delle privatizzazioni. Le autostrade costruite dallo Stato e dall’Iri sono sotto gli occhi di tutti, gli investimenti per la loro costruzione grazie ai pedaggi furono recuperati già negli anni Novanta.
E allora perché concederle praticamente gratis a un privato, proprio negli anni Novanta?
A parte la Francia, l’Italia autostradale data ai privati è la più cara d’Europa. Da noi i pedaggi garantiscono mediamente 841.000 euro di ricavi al chilometro, quasi il doppio della Spagna, il triplo della Grecia e infinitamente più che in Germania, dove nessuno specula su ciò che è pubblico ed è stato già pagato.
Alla famiglia Benetton il governo ha affidato per quaranta anni, senza gara e senza concorrenza, un controvalore infrastrutturale stimabile in 75-150 miliardi di euro finanziato coi soldi nostri e dei nostri nonni.
Se al signor Benetton fosse toccato costruire direttamente queste autostrade, pagandole di tasca propria, avrebbe dovuto sborsare 3,7 miliardi l’anno.
Ergo non dovremmo essere noi a pagare il pedaggio!
Ma questo è il fantastico mondo di Privatilandia dove tutto costa più caro!

A proposito di migranti…

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Slavoj Zizek che non è un fascioleghista ma addirittura un filosofo marxista, parlando a Roma durante la conferenza Communism 17, un omaggio storico alla Rivoluzione d’ottobre, ha dovuto ammettere  che Trump aveva promesso negli Usa quello che a sinistra non si sarebbero mai sognati di proporre: 1000 miliardi di dollari di grandi lavori pubblici per aumentare l’impiego.

Il filosofo sloveno rincarava la dose dicendo che la sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; mentre la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali a sostenere seriamente i lavoratori. Negli Usa quindi, notava Zizek, si è verificato che i poveri hanno votato Trump e gli straricchi e la sinistra liberale ufficiale li umilia facendosi beffa della loro idiozia.

Possiamo dire che la stessa configurazione si è avuta in Italia alle politiche dello scorso 4 marzo, altrimenti non si spiegherebbe il successo dei populisti gialloverdi, con gli intellettuali alla Saviano che rosicano e offendono gli elettori di Salvini e Di Maio.

Costoro non hanno capito o fingono di non capire che le sinistre mondiali, in accordo con banchieri, economisti, popstar, giornalisti, scrittori, si sono caratterizzate per l’indebolimento di quello che nel secolo scorso rappresentarono compiutamente e per la difesa di una nuova platea elettorale.

Le battaglie sui diritti delle coppie gay e dei migranti sono diventate la nuova frontiera della narrazione politica a scapito del welfare, dei diritti del lavoro e del contrasto alla finanza. Sono le nuove battaglie di civiltà, quelle su cui la comunicazione ha costruito la propria retorica di modernità e di civiltà. Oramai la procreazione assistita vale la rinuncia all’articolo 18 e l’accoglienza a prescindere dei migranti vale il depauperamento dei pensionati.

La migrazione poi, bisogna dirlo, è un fenomeno che la globalizzazione ha piegato a suo vantaggio usando le leve del politicamente corretto. Insomma, il top: un esercito di lavoratori schiavizzati e pure la coscienza a posto protetta dalla maglietta rossa dei Saviano.

 

Riflessioni estive sulla sinistra radicale italiana

L’ozio estivo mi induce inconsapevolmente a rivisitare il pensiero di Antonio Gramsci e ne rimango ancora favorevolmente impressionato dal suo sostegno alla NEP e alla politica di Bucharin, in opposizione a quella di Trotsky, tanto da farmi trovare dei notevoli parallelismi con la realtà contemporanea.

Per i non avvezzi alla storia sovietica, la NEP fu una politica economica avviata in Unione Sovietica, che pose fine alla tragica esperienza del “comunismo di guerra”. Il secondo si caratterizzava per la collettivizzazione forzata delle terre dei contadini e l’industrializzazione a tappe forzate che avevano provocato una situazione di povertà estrema e uno stato di guerra totale degli operai contro i contadini e i piccoli borghesi. La prima invece si caratterizzava per il “ritorno” della proprietà privata delle terre nelle mani dei contadini e nella concessione di certe libertà di iniziativa economica, sempre però regolate dallo stato che avevano fatto prosperare l’Unione Sovietica e migliorato la qualità della vita dei cittadini.
Queste politiche avevano non soltanto lo scopo di risanare economicamente l’Unione Sovietica, provata dal comunismo di guerra, ma anche quello di egemonizzare la classe contadina e piccolo borghese, creando quello che Lenin definì “governo operaio-contadino”, ossia una fase intermedia verso il socialismo, caratterizzata dal governo di forze rappresentative degli “strati popolari”: operai, contadini e piccola borghesia.
A questa politica, esaltata da Bucharin, l’ala migliorista del PCUS, si opponeva Trotsky, l’ala di sinistra, sostenitore assoluto del comunismo di guerra. Stalin inizialmente stava dalla parte di Bucharin, ma poi annullò il progetto della NEP, realizzando e radicalizzando il programma di Trotsky.

Dopo questa digressione sulla storia sovietica, vorrei far notare dei parallelismi su quella che è la mancanza profonda della cosiddetta “sinistra radicale italiana”.
Essa infatti prende molto di più dalle posizioni di Trotsky che non da quelle di Bucharin, mostrando quindi quell’assoluta incapacità di concepire “un’alleanza” tra la classe operaia con i settori della piccola borghesia in crisi: il bottegaio, l’artigiano, il gelataio, il piccolo imprenditore, che vengono ancora visti dalla sinistra radicale come “nemici di classe” e pertanto ogni loro rivendicazione viene considerata “reazionaria”.
La sinistra radicale quindi non sosterrà mai le loro battaglie per frenare l’avanzata della globalizzazione, che le sta completamente devastando a causa della concorrenza spietata del grande capitale, ma anzi, sosterranno in maniera radicale questo processo, proprio per arrivare alla distruzione di queste classi e alla polarizzazione massima del conflitto, che vedrà necessariamente vittorioso il proletariato mondiale.

Questa forma di Trotskismo mescolato al massimalismo, si inserisce poi all’interno della loro congenita incapacità di uscire dalle logiche del neoliberismo sul pareggio di bilancio, il debito pubblico e altre atrocità da macelleria sociale.
La sinistra radicale infatti è assolutamente convinta che il debito pubblico sia un problema e che un paese debba raggiungere il pareggio di bilancio, ma come farlo? Facendo pagare più tasse ed “espropriando i padroni”.

Questo mix letale, ha creato una “sinistra radicale” totalmente incapace di comprendere la realtà contemporanea che non può più essere interpretata secondo una fantomatica “lotta di classe” tra il proletariato presuntamente “cosmopolita” e la piccola borghesia sovranista.

Oggi la lotta di classe è tra il popolo ossia operai, piccola borghesia, disoccupati e il capitale internazionale, tra una realtà che vuole frenare l’avanzata inarrestabile della globalizzazione neoliberista, riprendendo quindi anche i concetti di sovranità nazionale e una che invece la appoggia incondizionatamente.

Civati, Frantoianni, Speranza e altri compagni di merenda, in questo momento storico, si pongono quindi nella stessa barricata del capitale internazionale. Con percentuali elettorali da prefisso telefonico, per fortuna!

Alla conquista di Bruxelles!

Alla fine Matteo non ha sparato Silvio, ma sicuramente se lo è tolto dai “Maroni” per potere dar vita insieme a Di Maio a quel Governo, si spera, del cambiamento che molti italiani sognano. Occorre naturalmente fare una constatazione banale, ma a quanto pare non ovvia: il contratto di governo stipulato fra Movimento 5 Stelle e Lega altro non è che un compromesso. Non poteva essere diversamente del resto, in quanto le due forze sono diverse per origini, per programmi elettorali e per alcuni valori di fondo, ma non tutti: la riappropriazione della sovranità, sinonimo di autodeterminazione, è un comune denominatore importante.

Far convivere idee differenti è l’anima della politica in una democrazia di tipo parlamentare, in cui, secondo Costituzione, i cittadini eleggono un Parlamento da cui poi deve uscire un Presidente del Consiglio, che propone al Capo dello Stato i ministri, affinché li nomini così da arrivare al voto di fiducia delle due Camere, senza inventarsi un ruolo di parte, di giocatore in campo, senza dimenticarsi che la sua tanto amata Carta prevede all’articolo 1 che è il popolo ad essere sovrano, non le istituzioni di Bruxelles o gli speculatori nascosti dietro l’anonimato dei mercati.

Fatta la premessa da bignamino di diritto costituzionale, vediamo i contenuti dell’intesa, che a mio parere presenta molte luci e poche ombre; non tanto se le promesse vengono analizzate una per una, quanto se visualizzate nel contesto geopolitico internazionale, che vede la Troika ricattare, via spread e a mezzo listini, tramite il controllo della moneta unica europea e con il finanziamento del debito pubblico, i governi nazionali, che di fatto sono eletti ma in realtà nient’affatto liberi. Il segnale di fondo del contratto gialloverde è una parziale, idealmente insufficiente, a volte contraddittoria, ma chiara e benvenuta inversione di tendenza rispetto a quanto hanno fatto e soprattutto disfatto tutti i predecessori fin qui a Palazzo Chigi, Lega compresa quando ai tempi del Bossi è stata coinquilina del Palazzo assieme al puttaniere di Arcore.

I sovranisti purosangue, gli estremisti infantili, i più puri che sempre epurano, hanno liquidato l’accordo come un accordicchio al ribasso, una sóla per gonzi, una ricetta placebo per invidiosi sociali. Essi non sono altro il contraltare speculare ai critici di regime che parlano di libro dei sogni che ci porterà dritti al baratro, finendo come la Grecia, omettendo di dire che la terra degli eroi omerici si è ridotta così per aver creduto alla criminale utopia di una Europa del marco travestito da euro.

La verità è che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno prodotto un assemblaggio delle proposte per cui hanno ricevuto il consenso rispettivamente del 33 e del 17% degli italiani chiamati al voto lo scorso 4 marzo. E la scelta del professor Conte come esecutore terzo del contratto, come difensore dei diritti degli italiani in Europa, come avvocato del popolo, è la migliore che si potesse fare. Complimenti ai due leader populisti!

Luci e ombre, si diceva prima. Sicuramente, partendo dalle seconde, c’è il mantenimento di alcuni aspetti del Jobs Act, la riverenza agli Usa come alleato di riferimento nel Patto Atlantico, un troppo generico rimando alla revisione delle missioni militari all’estero, l’ennesimo condono fiscale, una vaghissima riscrittura dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio, l’ambiguità sulla Tav. Ma le luci sovrabbondano: basta sanzioni alla Russia dell’amico Putin che finalmente ridiventa un interlocutore, il reddito di cittadinanza, l’introduzione del vincolo di mandato, il referendum propositivo e senza quorum, la revisione del Trattato di Dublino e la stretta sull’immigrazionismo, il concetto di economia circolare, la costruzione di nuove carceri, il taglio della prescrizione, l’intervento sul conflitto d’interessi, la fine dello sfruttamento noto come alternanza scuola lavaro

Non sarà il vademecum della rivoluzione, il libretto rosso di Mao, il manifesto di Marx ed Engels, ma indica una rotta nuova, coraggiosa, obiettivamente interessante, sfatando tabù che inchiodano la politica italiana da decenni. Il problema autentico sta nel presupposto senza il quale tutto ciò rimarrà sulla carta: l’inevitabile scontro col vincolo esterno dei trattati europei e della speculazione. Qui si misurerà la nobilitate di leghisti e grillini di mettere le mai sulle obsolete regole europee. E se non sono i barbari populisti che molti vorrebbero, almeno ci si avvicinano. Roma magari l’avranno pure espugnata, vedremo se riusciranno a fare altrettanto con l’odiata Bruxelles. La scelta di Savona va in questa direzione? Io ci spero!

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Coraggio, Salvini, spara il Caimano!

La domanda nasce spontanea: perché la Lega non molla Silvio Berlusconi per formare un governo con il M5S, visto che i due gruppi parlamentari avrebbero i numeri per una maggioranza? La spiegazione ufficiale, per i privati cittadini ossia gli idioti, è la fedeltà all’alleanza di centro destra, il che presupporrebbe che in politica i patti siano rispettati, cosa alquanto rara. Tanto meno quando fra due alleati ce n’è uno, il Carroccio, che doveva restare socio minore e invece, alle elezioni, ha sopravanzato chi era primo, cioè Forza Italia.
La motivazione è più prosaica, terra terra: se Matteo Salvini decidesse di rompere con l’arzillo leader forzista, i proconsoli di quest’ultimo – si dice – scatenerebbero la ritorsione nelle Regioni del nord governate assieme, ovvero Lombardia, Veneto, Liguria e, da poco, Friuli-Venezia Giulia, facendo cadere le rispettive giunte. Il che sarebbe politicamente incomprensibile nell’ultimo caso, a urne appena chiuse, e semplicemente catastrofico nelle prime due, poiché vorrebbe dire perdere il controllo su bilanci che valgono da soli come uno Stato nello Stato.
Ma proviamo a immaginare lo scenario: Salvini, dopo settimane di inconcludenti trattative che l’hanno fatto passare come un vincitore che non porta a casa nulla, in nome del superiore bene della Patria toglie l’alibi ai grillini sacrificando le ragioni di coalizione, ossia di fazione, e scarica la zavorra di Arcore. Il Berlusca lo accusa di tradimento, e parte lancia in resta in una vendetta immediata, sciogliendo le sue truppe regionali dal vincolo di lealtà.
Ma siamo proprio sicuri che gli azzurri sparsi per tutto il Settentrione scatterebbero sull’attenti, felici di perdere poltrone da assessori e consiglieri, correndo verso elezioni anticipate in Regioni dove si voterà fra due anni o dove si è appena votato? Siamo così certi che gli elettori punirebbero i leghisti e premierebbero i forzisti?
Da suo elettore suggerirei a Salvini una mossa temeraria: non dico dar vita a un esecutivo stabile e duraturo che ci faccia uscire dall’euro, dica basta alla Fornero e istituisca il reddito di cittadinanza o inclusione che sia, ma almeno fare un governo che metta mano ad una nuova legge elettorale , che avvantaggerebbe, come sempre accade, chi la vara, cioè Lega e M5S.
Sarebbe l’unica soluzione possibile per liberarsi una volta per tutte dell’ingombro berlusconiano, e dall’altra parte per togliersi di torno l’altro speculare pelo superfluo nell’agone: il Pd di Renzi.
Salvini dovrebbe correre tale rischio, contando sulla paura e sulla disgregazione già in atto tra le fila dell’alleato, accelerandone l’inevitabile passaggio di una parte in quelle sue.
Salvini, dai, che aspetti, prendi la mira e spara al Caimano, rompi gli indugi. Non perché ci si aspetti il sol dell’avvenire da un futuro bipolarismo Lega vs Cinque Stelle, ma perché sono sempre di più gli elettori stufi, arcistufi, strastufi di dover continuare a sentir parlare o leggere di un signore che ha concorso a rovinare, con le sue televisioni e la sua corruzione da quattro soldi, l’antropologia dell’italiano, producendo derivati minori come quell’altro bullo che si crede statista: Matteo Renzi.

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Meglio alla francese

Le elezioni politiche italiane dello scorso 4 marzo hanno dato un risultato ampiamente scontato: l’ingovernabilità più completa del Paese. Questo ovviamente non ha sorpreso nessuno, ma tale risultato è dovuto solo in parte al cosidetto Rosatellum: è molto probabile infatti che si sarebbe presentato anche con la quasi totalità delle leggi elettorali che l’Italia ha avuto dal dopoguerra ad oggi.

La differenza è che, se nella Prima Repubblica esisteva un bipartitismo quasi perfetto o un bipolarismo nella Seconda Repubblica, oggi siamo in presenza di una maggiore disgregazione che rende impossibile un accordo di governo. Bisogna precisare che analoghe problematiche stanno caratterizzando anche altri Paesi europei, si pensi alla Germania e alla Spagna, le cui istituzioni prevedono un regime parlamentare.

Effettivamente sia Madrid che Berlino, pur essendo riuscite a formare un governo di coalizione, stanno valutando una riforma che possa correggere la disgregazione politica attuale, seppur la maggiore stabilità data dalla crescita economica sostenuta stia facendo ritardare qualsivoglia decisione in tale direzione.

In Italia invece è assai improbabile che si possa formare un governo di coalizione, dato che i tre gruppi presenti nel nuovo Parlamento sono politicamente assai distanti. Ciò rende improrogabile una riforma elettorale che vada nella direzione di una maggiore razionalizzazione delle forze parlamentari nell’ottica di una semplificazione legislativa e governativa

Esistono varie possibilità, dato che l’ingegneria legata alle leggi elettorali è pressoché infinita, tuttavia soltanto in un caso si otterrebbe la certezza assoluta di ottenere un vincitore e cioè attraverso una sistema simile a quello adottato dalla Francia. Il sistema francese prevede infatti due turni elettorali distinti e si risolve con la vittoria di uno dei due partiti di maggioranza relativa in base alla votazione del primo turno. Tale sistema, proposto da de Gaulle nel 1958 e votato a maggioranza assoluta mediante un referendum popolare, ha garantito alla Francia il regime più stabile in circa 200 anni di storia.

Ovviamente la Francia possiede un sistema politico differente, dato che è una Repubblica semipresidenziale, e non è possibile in Italia fare una riforma in tal direzione senza una previa modifica della Costituzione. Tuttavia è possibile produrre una legge elettorale maggioritaria che se non altro possa eliminare le maggiori storture presenti tra cui, senza dubbio, il potere eccessivo concesso ai piccoli partiti. Se osserviamo gli ultimi 20 anni infatti notiamo come i partiti minori abbiano costantemente posto una grande ipoteca sulla vita e la morte delle maggioranze parlamentari seguendo principalmente i propri calcoli di interesse.

Se si osserva la distribuzione dei seggi attuali si noterà che se la legge elettorale avesse previsto anche solo una soglia di sbarramento anche al 5% –  presente, tra l’altro, nella Costituzione tedesca -, avremmo avuto ben due partiti in meno in Parlamento, con benefici evidenti sulla formazione di una maggioranza parlamentare.

I benefici di una legge maggioritaria vanno inoltre ben al di là della stabilità governativa e riguardano le responsabilità politiche. Uno dei peggiori difetti del parlamentarismo nostrano è infatti da sempre il problema della responsabilità, in quanto le forze politiche presenti nei vari governi di coalizione hanno costantemente scaricato le colpe sugli alleati.

Ora, in Francia una simile pratica è materialmente impossibile in quanto il sistema a doppio turno prevede che sia solo un partito a vincere e quindi il governo sarà formato esclusivamente da membri di tale partito. Per quel che riguarda la democraticità, il sistema francese preserva la libertà di scelta dato che nel primo turno gli elettori possono scegliere in totale libertà il partito che sia più affine alle loro posizioni. Democraticità però non significa anarchia, prima o poi le scelte elettorali devono pur tradursi in qualcosa di concreto, motivo per cui nel secondo turno gli elettori sono chiamati nuovamente al voto. Questa volta essi dovranno scegliere tra i primi due partiti che hanno ottenuto più voti nel primo turno, dovendo quindi fare una scelta basata su chi dei due risulti meno lontano dalle proprie visioni politiche. Tale sistema coniuga quindi alla perfezione la libertà di scelta dell’elettore con l’obiettivo finale della politica che è quello di poter avere un governo certo che possa decidere assumendosi in modo esclusivo le responsabilità del proprio operato di fronte al corpo elettorale.

Ora, è quasi utopistico credere che l’attuale Parlamento italiano sia in grado di votare una nuova legge elettorale maggioritaria in quanto questo significherebbe, per alcuni partiti, firmare la propria condanna a morte. Ciò nonostante appare ormai improcrastinabile una legge che possa una volta per tutte porre un po’ di ordine e razionalità e che allo stesso tempo sia capace di consegnare al Paese un governo degno di questo nome. Ovviamente le pressioni contrarie non sono presenti soltanto a livello politico, ma risiedono anche in buona parte dell’opinione pubblica. È infatti opinione comune che il sistema proporzionale puro sia l’unico in grado di fotografare la realtà elettorale e che, quindi, sia il più democratico.

E’ indubbio che il sistema elettorale proporzionale sia il più adatto a trasmettere all’interno del Parlamento gli umori del momento del corpo elettorale, ma allo stesso tempo è anche affetto da molteplici controindicazioni. Una delle principali è senza dubbio il fatto che in tale sistema, a meno di casi ad oggi raramente riscontrabili, sia necessaria la formazione di un governo di coalizione. Nel caso in cui si presenti questa eventualità, accade che i partiti minori della maggioranza vengano ad ottenere un potere sproporzionato rispetto ai seggi ottenuti. Questo è possibile dato che le maggioranze risultano precarie e fragili e quindi costantemente sottoposte alle pressioni degli elementi di minoranza della coalizione. Risulta paradossale che il sistema proporzionale, generalmente etichettato come il più democratico, sia alla fine quello che invece premia i gruppi che hanno ottenuto meno consenso elettorale.

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