DiEM 25, è arrivato il momento di cogliere l’attimo…

La crisi nella quale versa la sinistra europea non è soltanto una crisi politica, essa è anche, e soprattutto, la crisi della sua stessa base sociale. Più largamente, la crisi della sinistra coincide con quella della società, ossia dello spazio comune che garantisce la coesistenza degli individui. Restaurare una politica progressista significa dunque restaurare la società in quanto tale. Per fare ciò, è necessario ricostituire sia i partiti della sinistra che la loro base sociale.
Ciononostante, ciò non potrà avvenire semplicemente recuperando il passato. È dunque necessario prendere atto della morte della sinistra storica, senza abbandonarne né gli ideali, né le aspirazioni. La storica sconfitta subita dall’SPD alle ultime elezioni federali potrebbe aver segnato la fine del quadro politico che ha contraddistinto le società europee sin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale.
Un tale quadro si reggeva su due pilastri, ossia un polo socialdemocratico e un polo conservatore. Questi due poli erano in competizione per il governo e incarnavano dunque delle opzioni politiche chiaramente distinguibili, sebbene si accordassero sui principi fondamentali della democrazia liberale e capitalista. Ciononostante, il primo di questi due pilastri è ora sul punto di sgretolarsi, favorendo così l’avanzata di partiti nazional-populisti. Tali partiti sono infatti riusciti a fare presa su dei gruppi sociali e demografici che avevano storicamente sostenuto non soltanto i socialdemocratici, ma la sinistra in generale, come, ad esempio, gli operai, gli studenti, il pubblico impiego o i segmenti più giovani dell’elettorato.
La crisi dei partiti socialdemocratici non è altro che la punta dell’iceberg, la cui base consiste precisamente nella crisi di tutta la sinistra, che va dalla socialdemocrazia classica fino ai partiti verdi e post o neocomunisti. Ma tale crisi non è esclusivamente politica, poiché essa tocca la base sociale stessa dei partiti progressisti.
Simili conclusioni sono ulteriormente corroborate dai risultati delle ultime elezioni parlamentari austriache: il blocco delle destre ha ottenuto il 57,5% dei voti, ossia 103 deputati su 183. L’Austria ha dunque eletto il parlamento più a destra del dopoguerra. Inoltre, dei settori non marginali della sinistra austriaca hanno assecondato la retorica populista e i sentimenti xenofobi che stavano permeando il discorso pubblico, come, ad esempio, il Partito socialdemocratico d’Austria (SPÖ) e la neonata “Lista Pilz”; più a sinistra, i Verdi austriaci non sono riusciti a superare lo sbarramento del 4%, e non hanno dunque eletto alcun deputato, mentre l’alleanza stretta dal Partito comunista d’Austria (KPÖ), dall’ex movimento giovanile dei Verdi e da vari indipendenti di sinistra ha ottenuto meno dell’1% dei voti.
Che fare, dunque? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere la natura delle relazioni che hanno legato i partiti della sinistra alla loro base sociale. Storicamente, i partiti socialdemocratici, comunisti e verdi sono sempre nati come emanazioni politiche di vigorosi movimenti sociali: sindacati, associazioni mutualistiche operaie, società cooperative, comunità religiose, organizzazioni ecologiste, movimenti anticolonialisti, femministi, per i diritti civili e per quelli delle persone LGBTQ. Tali movimenti non si sono limitati a alimentare la dinamica elettorale dei partiti progressisti, ma hanno pure costruito delle vaste reti sociali, che hanno permesso a coloro che si vedevano privati dei propri diritti di socializzare e di prendere in mano le proprie vite.
Di conseguenza, la crisi della sinistra politica non è altro che l’atto conclusivo d’una tragedia cominciata verso la fine degli anni ’70, il cui senso profondo può essere riassunto dalle parole di Margaret Thatcher: “Come sapete, la società non esiste”. Come osserva lo storico Tony Judt nel suo saggio Guasto è il mondo “ciò a cui abbiamo assistito è stato il trasferimento progressivo di responsabilità pubbliche al settore privato, senza alcun beneficio apprezzabile per la collettività”, il che ha comportato “una difficoltà crescente a comprendere ciò che abbiamo in comune con gli altri”. Ne consegue che restaurare una politica progressista significa restaurare la società in quanto tale, concepita come lo spazio comune nel quale gli individui possano far valere il proprio diritto a una vita buona e dignitosa, grazie alla libera associazione e al sostegno delle istituzioni pubbliche. Ciononostante, quali forze potrebbero essere in grado di raggiungere un obiettivo simile? E in che modo?
Le forze progressiste oggi esistenti sembrano non essere all’altezza di un tale compito. I partiti comunisti occidentali avevano perso una buona parte della propria base sociale ancor prima d’essere sepolti dalla caduta del muro di Berlino. Ad oggi, o sono stati completamente marginalizzati, come il Partito comunista francese, o si sono allontanati dal campo della sinistra, come gli eredi del Partito comunista italiano . Quanto ai Verdi, essi hanno rappresentato una speranza di rinnovamento per i movimenti politici progressisti lungo tutti gli anni ’80 e ’90, ispirata anche da nuove forme d’impegno civico. Ciò detto, hanno progressivamente abbandonato le loro radici “alternative”, al fine d’integrarsi completamente nel contesto delle istituzioni esistenti, come dimostrato dalle traiettorie dei Verdi tedeschi e austriaci.
I partiti socialdemocratici hanno a lungo rappresentato il faro dei movimenti politici progressisti in tutta l’Europa occidentale, contribuendo a creare lo stato sociale così come lo conosciamo oggi. Per una strana ironia del destino, negli ultimi due decenni, questi stessi partiti hanno ricoperto un ruolo fondamentale nello smantellamento del sistema che avevano costruito. Ciononostante, la caduta dei partiti socialdemocratici non può essere esclusivamente ricondotta al tradimento delle loro élite. Al contrario, essa è il risultato di due difficoltà strutturali del compromesso fra capitale e lavoro che questi partiti hanno promosso.
Benché gli ideali morali che hanno ispirato la socialdemocrazia possano senza dubbio rivelarsi utili al fine di restaurare la società, le forze politiche e sociali che hanno incarnato tali ideali sono ormai morte, o in agonia. La rinascita della sinistra necessita dunque d’una nuova forma di movimento politico, che sia capace d’imparare le lezioni della storia. Fra queste, due sono particolarmente importanti. Da un lato, l’azione politica deve essere legata a un pensiero innovativo. Dall’altro, la distanza fra l’azione politica e l’azione sociale deve essere colmata grazie alla partecipazione attiva e alla condivisione delle responsabilità. Un movimento di tale natura dovrà dunque dare una risposta non soltanto alla domanda “che fare?”, ma anche a quella “come farlo?”, ovvero al problema dell’organizzazione in quanto tale.
Tre parole d’ordine sono essenziali a questo proposito. La prima è “prossimità”, poiché questo nuovo movimento avrà bisogno di costituire una base sociale che sia la più ampia possibile, senza rinunciare a dare il proprio apporto ad altri movimenti, che condividono i suoi stessi obiettivi. La seconda è “comunicazione”, perché questo nuovo movimento dovrà, allo stesso tempo, diffondere più largamente possibile i propri valori e le proprie proposte politiche, associando l’attivismo nei media, vecchi e nuovi, a quello nelle strade, così come al porta a porta e a nuove forme d’azione politica. La terza è “partecipazione elettorale”, che, nel contesto d’uno stato democratico, costituisce uno strumento necessario a definire e a rovesciare i rapporti di forza esistenti fra differenti gruppi sociali.  Si potrebbe dedurne che la fase della prossimità e quella della comunicazione dovrebbero essere prioritarie rispetto a quella della partecipazione elettorale.
Ciononostante, come ci insegna Machiavelli, l’azione politica non è altro che il risultato d’una lotta fra la volontà di soggetti politici concreti e delle condizioni mutevoli che quest’ultimi non sono in grado di scegliere. In questa lotta, la scelta dei tempi è essenziale, ancor più in un momento storico in cui le finestre d’opportunità si aprono e si chiudono molto rapidamente.
DiEM25, il movimento di Yanis Varoufakis, nato a Berlino, nel Febbraio del 2016, corrisponde perfettamente al profilo del movimento politico di cui i nostri tempi hanno bisogno: ha promosso e condiviso delle proposte di rinnovamento dell’Europa che sono, allo stesso tempo, innovative e credibili, senza rinunciare a favorire la partecipazione attiva di cittadini impegnati. Ha fatto dei progressi concreti nella costruzione della base sociale di cui questo nuovo movimento necessita. Ciononostante, tali sforzi rischiano d’essere vanificati, a meno che non si riesca a trovare un veicolo politico e elettorale che sia adatto alle sue idee e alle sue azioni. È per questo motivo che la proposta di creare un’ala elettorale, avanzata dal Collettivo di Coordinamento, dovrebbe essere accolta, almeno nelle sue grandi linee, visto che riconosce la necessità di costituire un veicolo elettorale che sia strettamente legato a una base sociale e a un movimento politico più vasto, ovvero la necessità di costituire molto più che un partito politico tradizionale.
Ma ciò che più importa è il fatto che questa proposta riconosca la necessità di fare un passo così cruciale esattamente al “momento giusto”, considerate le condizioni nelle quali ci ritroviamo. L’attimo è giunto, bisogna saperlo cogliere…

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Riflessioni storiche sotto il sole d’Agosto…

I comunisti hanno combattuto e sconfitto definitivamente il nazi-fascismo, mentre le liberal-democrazie lo lasciarono agire indisturbato (dal momento che, tutto sommato, poteva essere utile scatenare la sua furia contro l’URSS), fino a che non rappresentò un pericolo anche per loro.

I liberal-democratici poi riabilitarono tutti gli ex dirigenti fascisti e utilizzarono i gruppi eversivi neo-fascisti, durante la strategia della tensione, per mettere fuori gioco i comunisti e scongiurare un possibile governo di sinistra.

Infine, i liberal-democratici decisero che nazi-fascisti e comunisti sono la stessa cosa, perché entrambi intolleranti e totalitari, quindi bisogna mettere fuori legge entrambi.
Oggi invece tutto ciò che minaccia il pensiero unico delle élites dominanti, il loro ordine globalista, la sacra legge del neoliberismo, è tacciato col marchio infamante di populismo, il nuovo nemico da combattere.

Basta Euro! Basta Ue! Basta Nato!

Perché bisogna uscire dall’Euro, dall’Unione Europea e dalla Nato?  Intanto perché la moneta unica ha soltanto facilitato un’Europa a trazione germanocentrica. La Germania ha affrontato con successo la crisi dell’Eurozona. In Europa si è formato un centro, rappresentato dalla Germania, e più nello specifico dal complesso industriale tedesco. Soprattutto il settore automobilistico e chimico, che è molto focalizzato nell’esportazione. Attorno a questo centro si stano formando una serie di periferie. All’inizio della crisi nell’Eurozona si parlava di una sola periferia. Ed era corretto. Ora invece esistono più periferie. E in questo l’Italia è importante, perché si trova a metà strada tra questo nuovo centro e le periferie. L’Italia sta ancora soffrendo la crisi, ma è anche l’unico paese in Europa che ha un complesso industriale che può competere con la Germania. Molto più della Francia che ha distrutto le sue industrie e ha sofferto un profondo processo di finanziarizzazione dell’economia negli ultimi decenni.
Esistono due tipi di periferie, una è quella dei satelliti della Germania, si tratta di Paesi che possono fare parte dell’Euro o no, come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e parte dell’Austria. Paesi che sono collegati direttamente al processo industriale tedesco. Questo è il centro produttore europeo. Che sta iniziando ad attrarre altri paesi come la Romania e l’Ungheria. L’economia di questi paesi dipende sempre di più da come funziona il settore automobilistico tedesco.

L’altra periferia è quella del sud: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, una parte dell’Italia. Sono paesi che dispongono di un forte settore pubblico, hanno alti livelli di disoccupazione, sono economicamente poco competitivi e non hanno una struttura industriale che possa competere a livello internazionale. E, dato importante, sono membri dell’Euro. Che è la ragione per cui non sono competitivi. Il loro ruolo è quello di fornire mano d’opera alle industrie tedesche.
E’ la Francia? Il ruolo della Francia in questa “nuova” Europa è quello di essere un paese del centro, ma non ha la forza industriale per competere con la Germania. Ha perso la partita con i tedeschi all’interno dell’Euro. A medio o lungo termine sarà subordinata alla Germania. La Francia tuttavia rimane un Paese potente, ma che cosa potrà fare Macron per competere economicamente con la Germania? Potrà anche stringere migliori rapporti con Merkel rispetto a Hollande o rinforzare la presenza militare francese nel mondo, ma non cambierà nulla. Per di più il suo programma economico contiene esattamente ciò che vogliono i tedeschi: salari più bassi, riforma del lavoro, privatizzazioni. L’unica speranza per la Francia in questo contesto è rafforzare il suo sistema finanziario è lì che ha dei vantaggi importanti. Ecco spiegato il perché di un banchiere all’Eliseo!
Chi ancora crede che l’Euro sia stato in qualche modo un fattore di protezione dell’Europa o non ha capito nulla di quel che è successo negli ultimi anni o è completamente ossessionato dall’Euro. L’Euro è stato un disastro per la capacità dell’economia europea di affrontare lo shock della Grande Crisi del 2007-2009. Ha ingigantito i suoi effetti, ha aggiunto altri problemi e ha devastato ogni settore dell’economia. L’Euro è stato un fallimento totale in questo senso.

Bisognerebbe piuttosto riflettere sul fatto che l’Euro ha permesso alla Germania di trasformarsi nel paese dominante in Europa. Questo è il vero significato dell’Euro. La moneta unica ha permesso a Berlino di dominare il mercato europeo e di convertirsi in un paese esportatore a livello globale capace di penetrare nel mercato cinese o in quello statunitense. E di convertirsi in proprietaria di asset finanziari. I risultati che ha dato l’Euro sono esattamente il contrario di quello che ci si aspettava.
E la Brexit è stata in un certo senso una reazione alla trasformazione dell’UE in un’istituzione che protegge e maschera il potere tedesco. Una reazione causata dalla perdita di sovranità. È importante perché segnala una risposta che viene dal basso al nuovo potere che sta emergendo in Europa. La volontà di separarsi da questo nuovo impero. Le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo in quest’ultimo anno mostrano quanto ciò sia difficile. Ma guai a sottovalutare la forza del capitalismo britannico: in Europa ci sono solo tre capitali che contano: Mosca, Berlino e Londra. E Londra lo sa!
In Grecia Syriza pensava ingenuamente che, vincendo le elezioni e governando la Grecia, poteva cambiare la UE da dentro. E Tsipras ha fallito. E non perché la Grecia è un piccolo paese. Probabilmente sarebbe stato lo stesso per qualunque governo di sinistra in Spagna o in Italia. Rispetto a qualche anno fa, però, ora si è capito perché le cose sono andate così, appunto per la nascita di una nuova struttura di centro-periferia in Europa, con un centro che domina e che non permette nessuna dissidenza. Chi da sinistra vuole davvero cambiare le cose deve iniziare a combattere le istituzioni europee e a crearne di nuove, ma prima bisogna uscire da questa Eurozona!
I corpi transnazionali dell’Unione Europea lavorano contro gli interessi dei lavoratori e dei governi di sinistra e mantengono la gerarchia esistente in Europa. Sono questioni cruciali perché vanno al cuore di cosa può essere il socialismo. A questo deve aggiungersi un programma economico anti-neoliberale e anticapitalista: nazionalizzare la banca, potenziare gli investimenti pubblici, rafforzare il Welfare State. Se si pensa che si possano raggiungere questi obiettivi cambiando l’UE, significa che non si è capito nulla di ciò che è successo negli ultimi dieci anni. È impossibile. Bisogna combattere i meccanismi dell’Unione Europea e il potere della Germania.
Il progetto di Unione Europea si trova a fare i conti con la crisi e la competizione globale,  utilizzando le misure di austerity per scaricare tutte le conseguenze di queste contraddizioni sui lavoratori e i settori popolari, negando ogni autodeterminazione dei popoli sul loro futuro.

In molti paesi si vanno sviluppando movimenti popolari e democratici che si battono contro il lavoro flessibile e per l’aumento dei salari, dicono basta con i diktat delle istituzioni politiche e finanziarie, chiedono il ripudio del debito, il superamento dell’Unione Europea, l’uscita dalla gabbia dell’euro e dalla Nato, lo stop ai negoziati del Ttip. In alcuni paesi questi movimenti sono espressione delle forze progressiste, dei sindacati e dei movimenti sociali, in altri sono invece i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Ma i primi hanno come obiettivo la giustizia e l’emancipazione sociale, i secondi la guerra tra i poveri e contro i più deboli.

E’ giunto il tempo di collegare le forze politiche, sociali, sindacali e antifasciste,  intorno a soluzioni alternative rispetto a quelle misure antipopolari e antidemocratiche imposte dalle oligarchie e dall’Unione Europea in un clima dove più pericolose si fanno le tendenze alla guerra. Le forze di classe e progressiste dei paesi euromediterranei,  più devastati dai diktat imposti da Ue, Bce, Fmi e Nato, devono collegarsi a agire comunemente: per uscire dalla gabbia dell’euro; per superare l’Unione Europea costruita sull’Europa dalle classi dominanti; per uscire dalla Nato; per bloccare definitivamente il Ttip.

Per dare un futuro di pace e benessere ai nostri figli!

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Piddini avvisati…

Un certo Alcide De Gasperi, statista democristiano al quale non vanno certo le mie simpatie politiche, scriveva ai suoi colleghi politici: “Badate che nella vita pubblica non importerà tanto quello che voi direte, ma quello che voi sarete, e se dimostrerete sempre una grande coerenza tra le nostre idee e il vostro comportamento, non solo nelle cerimonie e nei comizi, ma nella vita familiare, nella vita privata, nella vita di relazione”.
Non dicano insomma i nipotini piddini di Roma, di Bari e di Galasmile che i loro avi di Piazza del Gesù non li avessero avvisati…
In questi 60 anni chi lo ha ascoltato? In pochissimi, tra i politici di oggi, ma anche tra noi cittadini, che in qualche modo li abbiamo scelti, tollerati, molto spesso lusingati e idolatrati oltremodo…
Ma i tempi sono cambiati, finalmente, e sono in molti, adesso, quegli elettori attenti e smaliziati che questi cali di tensione li notano e si ricordano bene le promesse urlate dai palchi e documentate sui social, ma disattese clamorosamente il giorno dopo.
I cittadini hanno imparato a segnare il conto, quello che presentato tutto insieme al momento opportuno manderà a quel paese, in default, un’intera classe dirigente serva della finanza, incapace di progetti a lungo termine, che tira a campare e che cerca rimedio nell’unico modo che conosce: trovando le solite scorciatoie demagogiche…de_gasperi

Per un turismo di qualità…

Ogni anno glorifichiamo qualche tratto di costa con le bandiere blu, le vele… e altre cazzate varie certificate da diverse associazioni ambientali. È vero abbiamo una grande fortuna, un mare e una costa meravigliosi, ma non possiamo non interrogarci sul cattivo stato di salute di molti tratti di litorale lungo i quasi mille chilometri di costa pugliese. Dagli anni 80 ad oggi siamo stati disastrosi. Vogliamo continuare così? Se vogliamo dare un futuro ai paesaggi costieri pugliesi occorre un progetto integrato, altrimenti non lamentiamoci della sabbia erosa e delle spiagge che scompaiono, dei cordoni rocciosi che crollano e qualche volta ci scappa anche il morto, dei 50 km di costa salentina interdetta alla balneazione. Se vogliamo dare un futuro a questo territorio e pensare ad un turismo di qualità occorre pianificare con criterio gli interventi sulla costa e nell’entroterra.

Il debito come strumento di Governo

Nelle stesse settimane in cui tutto il sistema politico-mediatico cercava di convincere l’opinione pubblica che Alitalia non potesse essere salvata, che in quarant’anni fossero già stati spesi sette miliardi di denaro pubblico, proprio nelle stesse settimane il governo versava nelle casse di Banca Intesa cinque miliardi di denaro pubblico per rilevare le attività di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. In altre parole una banca privata, quale è Intesa San Paolo, fagocitava due concorrenti dirette acquisendole coi soldi dello Stato, pagando di tasca propria la simbolica cifra di un euro. Contestualmente, sempre il governo e sempre tramite soldi pubblici, garantiva per altri dodici miliardi di euro le eventuali perdite a cui andrà incontro Banca Intesa nel caso di ristrutturazione delle attività delle due banche incorporate.

“Non possono essere lasciati soli i correntisti!”, ammoniva il duo  Gentiloni&Padoan, applauditi da tutto il circo liberale che così giustificava la vicenda: “altrimenti sarebbe stato peggio!”.

Nell’ultima legge di bilancio veniva stanziato un finanziamento di 2,7 miliardi di euro pubblici per la ristrutturazione e l’allargamento dell’Aeroporto di Centocelle, luogo dove dimora il Comando operativo interforze, cioè il comando Nato più importante del paese. Contestualmente, il governo stanziava 56 milioni di euro in tre anni per “le periferie”.

Tra il 2014 e il 2017, secondo le parole di Yoram Gutgeld – parlamentare Pd e commissario alla “Spending Review” – sono stati operati 30 miliardi l’anno di tagli alla spesa pubblica. Si tratta, più o meno, del 2% del Pil ogni anno, per un totale, in questo triennio, di circa 90 miliardi di euro pubblici “risparmiati”. Nonostante ciò, nonostante l’avanzo primario del saldo finanziario del paese sia in attivo da più di un ventennio, molto più in attivo addirittura di quello tedesco, in Italia il debito pubblico continua a crescere quotidianamente, battendo record su record. Questi esempi, tra i tanti che si possono fare, confermano la natura tutta politico-ideologica del debito come strumento di governo della popolazione.

I soldi pubblici ci sono e vengono continuamente investiti e sperperati. Il problema non è “quanto” il governo spende, ma “come”. E’ il lavoro ad essere scomparso dal novero degli obiettivi politici. Ogni forma di keynesismo ha come conseguenza l’abbassamento della disoccupazione, il modello europeo ordoliberale, al contrario, sperpera costantemente denaro pubblico, ma questo neanche indirettamente ha la possibilità di creare lavoro.

Questa è una delle contraddizioni decisive di quest’epoca, e la spiegazione non risiede unicamente nella sostituzione di lavoro manuale umano con lavoro robotizzato. Al fallimento di un’impresa privata non sopraggiunge più un commissariamento pubblico, ma il passaggio di questa ad un’altra impresa privata. Il passaggio, oltretutto, non avviene più accollandosi i debiti dell’azienda inglobata, ma questi vengono ripagati dalle finanze pubbliche.

Fuga da Galatown

Ultimi giorni di campagna elettorale, domenica i cittadini diranno da chi vogliono essere amministrati, se “andare avanti” col sindaco uscente oppure se “costruire insieme” con il segretario cittadino del Pd…

Ma al di là degli slogan, questa competizione, che ha visto la partecipazione di ben 386 candidati in ben 25 liste e una faida interna ai Cinque Stelle, lascia solo veleni, odio e una cinica lotta isterica senza rispetto neanche per l’alleato di coalizione per ottenere l’agognato miserabile voto.

E proprio perché l’aria in città si era fatta irrespirabile, non solo per la consueta prematura canicola di giugno ma anche per un insopportabile clima manicheo tra guelfi e ghibellini, quest’anno ho anticipato il mio trasferimento al mare…

Comunali 2017

Oggi i cittadini di Galatown sono chiamati al voto per rinnovare il Consiglio Comunale e per eleggere il Sindaco. A chi andrà la mia preferenza? Di certo non a candidati del Pd o delle liste civiche ascare ad esso collegate. Il mio sarà un voto eretico che ha una sua logica di classe.. 

La lezione della Brexit

Il Regno Unito si prepara alle elezioni. Un voto importante, quello che andrà in scena a giugno, e che vedrà il popolo britannico recarsi alle urne con un’unica certezza: Brexit. Una certezza ben poco esaustiva perché per adesso è tutto in divenire, è tutto proiettato al futuro. Adesso c’è solo uno scontro tra Londra e Bruxelles e la levata di scudi del governo conservatore, che si è reso protagonista di una difesa a spada tratta del voto popolare britannico, anche se non era nei suoi piani vedere il Regno uscire dall’Unione Europea.

In questo senso, a Theresa May dobbiamo veramente tanto, tutti. Perché ha insegnato ai governi europei una lezione importantissima, e cioè che la volontà popolare va rispetta, comunque, anche se non si è particolarmente d’accordo. Il governo May non aveva alcuna necessità di dimostrarsi a favore di una hard-Brexit, non è stato eletto, ha semplicemente preso le redini di una maggioranza conservatrice sedotta e abbandonata da quel personaggio di David Cameron. Si è dimesso il premier conservatore dopo Brexit, nonostante sia stato lui a voler indire per forza questo referendum. Gli va riconosciuta coerenza, perché l’aveva promesso, ma gli va riconosciuta anche pochissima lungimiranza nell’aver personalizzato un referendum così nefasto per la sua politica. Ora, al contrario di Cameron, Theresa May non solo ha in mano saldamento il governo, ma si appresta a stravincere le elezioni parlamentari di giugno. Ha stravinto quelle locali di poche settimane fa strappando ai laburisti feudi storici, cancellando i nazionalisti ciarlatani dell’Ukip e sconfiggendo anche gli stessi nazionalisti scozzesi del SNP in alcuni seggi dove realmente sembrava impossibile fare qualcosa per scardinare la maggioranza identitaria. E dove non ha vinto, ha comunque aumentato ampiamente il consenso. Intendiamoci, non è difficile che lo  faccia. Il Labour di Corbyn sta capendo soltanto ora cosa ha lasciato in questi ultimi anni, e cioè il contatto con il popolo. L’Inghilterra profonda, quella della classe operaia, delle periferie, vittima illustre della globalizzazione, ha votato in massa per la Brexit. E molti degli elettori favorevoli al “leave” erano vecchi laburisti delusi e completamente disincantati. Il Labour ha commesso un errore che hanno commesso tutti i partiti socialdemocratici d’Europa, e cioè perdere completamente il contatto con la sua realtà. L’elettorato di sinistra del Regno Unito non ha più fiducia nei laburisti perché i laburisti, per anni, hanno mandato avanti idee e personaggi completamente distanti dalle loro aspettative. Concentrati su battaglie globalizzanti, europeiste, piene di grandi utopie completamente fini a se stesse, hanno perso di vista cosa succedeva nel loro bacino di elettori. Hanno sostituito l’operaio inglese e il dipendente di qualche azienda del Galles con il simpatico Erasmus di ritorno da Barcellona o con il radical-chic che vive tra la City e Notting Hill, ma hanno dimenticato la loro anima. Il Compagno Corbyn lo sta capendo, forse tardi. Ha cominciato a parlare di poveri contro ricchi, di ridistribuzione delle ricchezze, di nazionalizzazione delle infrastrutture e delle ferrovie. Il leader Labour ha addirittura parlato di eliminare le tasse universitarie, che pesano come macigni sul sistema sociale britannico e rappresentano un vero buco nero nelle tasche di milioni di cittadini. Ma la sua ricetta non sembra bastare. Non è semplicemente facendo il Sanders del Regno Unito che si riprendono milioni di voti, perché di quello si tratta, dispersi nell’astensione o nel voto conservatore. Perché se c’è qualcosa di molto strano nel voto inglese è che, paradossalmente, il voto di protesta contro l’establishment deludente degli ultimi anni, va proprio al partito conservatore. Di solito elezioni anticipate, le locali di medio termine, ma anche semplicemente i voti della frustrazione, vanno a finire in qualche sigla minore oppure nell’opposizione, panacea di tutti i mali e tipica dell’alternanza anglosassone. Quest’anno invece sembra proprio tutto il contrario. Il popolo è con il governo, con Theresa May, ormai per molti la nuova Margaret Thatcher del Duemila. La leader conservative si è imposta con politiche di totale avversione all’Unione Europea e di appoggio strenuo e costante nei confronti della Brexit, ha rispettato il voto del suo popolo e questo, inevitabilmente, ha pagato in termini di consenso. Il cittadino britannico non sarà conservatore tout-court, ma tra un centrosinistra che ancora deve capire se è d’accordo o no con la Brexit dopo mesi e mesi passati dal referendum, un partito liberaldemocratico che non ha ancora accettato l’uscita dall’Europa e altre sigle infime, preferisce sostenere chi ha comunque, ed ogni costo, dato seguito a quanto da lui voluto. Non sarà un mandato facile quello del prossimo governo britannico. Assolutamente no. C’è un accordo con l’Unione Europea da mandare avanti se non si vuole giungere alla cosiddetta hard Brexit. C’è una Scozia dove spirano continuamente venti di secessionismo, questa volta proprio voluti a seguito dell’uscita dall’UE. C’è un’Irlanda del Nord in totale stallo politico, dopo mesi senza governo e con nazionalisti e unionisti ai ferri corti a causa della delicata questione dei confini con Eire proprio dopo Brexit. Ma proprio da queste difficoltà evidenti, chi ne sta uscendo rafforzato è il governo May. Molto curioso per noi continentali, che di solito nel momento di crisi pensiamo che la soluzione sia nel cambiamento. Invece i britannici, determinati, sembra quasi che trovino nella crisi quel sentimento di unità con il governo che porterà, probabilmente, Theresa May a vincere.                 

Brexit ci ha insegnato qualcosa sul Regno Unito, e cioè che la classe medio-bassa, la working class, la provincia, contano ancora moltissimo. Il Regno Unito non è soltanto nella City di Londra, nella borghesia culturale di Edimburgo o nei giovani illusi dal mondo globalizzato. No. C’è anche qualcos’altro. C’è la depressione d’intere regioni senza più una fabbrica, perché delocalizzate in Europea dell’Est o in Asia; ci sono le città come Birmingham, dove in alcune periferie neanche si parla inglese, per quanti sono gli immigrati che hanno comprato casa in ghetti che rappresentano il fallimento totale del sistema d’integrazione britannico. Ci sono i portuali del Nord, i pescatori scozzesi, gli operai del Galles. Il Regno Unito è questo, anche questo, e va a votare.

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“Ritorno a casa” al Teatro Comunale

 

Bella prova dei miei alunni di 1^D e di 2^A nell’interpretare con un laboratorio la riduzione teatrale del testo di narrativa, letto durante l’anno scolastico, “Ritorno a casa” del mio amico Luigi Colazzo. Alla fine dello spettacolo ho avuto anche il piacere di fare un dibattito con l’assessore alla Cultura, la prof.ssa Sondra D’Alloco, alla quale sono legato da un’amicizia pluridecennale.

Agli alunni e ai genitori entusiasti la promessa di un “Ritorno al teatro”!

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